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Mancava un quarto d'ora alla mezzanotte. Il buio premeva compatto contro i vetri della finestra del piccolo bunker. Deitz era seduto, solo, nel minuscolo ufficio, con la cravatta allentata, il colletto sbottonato. Teneva i piedi appoggiati sull'anonima scrivania di metallo e aveva un microfono in mano. Sul piano dello scrittoio, le bobine di un antiquato registratore Wollensak giravano.
«Parla il colonnello Deitz,» disse. «Località Atlante, codice PB-2. Rapporto numero 16, argomento Progetto Azzurro, sottoargomento Principessa/Principe. Rapporto, argomento e sottoargomento sono top secret, livello di segretezza 2-2-3. Lettura esclusivamente oculare. Se non siete autorizzati a ricevere questo materiale, andate a fare in culo.»
Tacque per un momento e chiuse gli occhi. Il nastro continuò a scorrere silenziosamente tra le bobine, registrando tutti i mutamenti elettrici e magnetici.
«Stasera il Principe mi ha fatto morire dalla paura,» riprese. «Non starò a raccontarlo: sarà tutto nel rapporto di Denninger. Lui riferirà più che volentieri tutta la storia per filo e per segno. Inoltre, naturalmente, una trascrizione della mia conversazione con 3 Principe si troverà sul disco di telecomunicazioni che contiene anche la trascrizione di questo nastro, che sto incidendo alle ore 23.45. Stavo quasi per dargliele, tanta è stata la fifa che mi ha messo. Quell'uomo è riuscito a mettermi nei suoi panni, e per un istante ho capito esattamente come ci si sente. Dietro quella sua aria da Gary Cooper, è un uomo piuttosto intelligente e un figlio di puttana decisamente indipendente. Se gli torna comodo, è capace di inventare ogni genere di bastone da infilare tra le ruote. Non ha parenti stretti, né ad Arnette né altrove, per cui non sarà facile esercitare pressioni su di lui. Denninger dispone di volontari - almeno così dice - che saranno ben lieti di entrare lì dentro e convincerlo, non proprio con le buone, ad adottare un atteggiamento più collaborativo, e può darsi che si arrivi a questo, ma se posso permettermi un'altra osservazione personale, ho idea che ci vorranno più muscoli di quanto creda Denninger. Forse molti di più. A verbale: io sono ancora contrario. Mia madre soleva dire che si prendono più mosche con un cucchiaino di miele che con una damigiana di aceto, e devo confessare che ne sono ancora convinto.
«Di nuovo, a verbale: nei suoi test non compare il virus. Vedete un po' voi.»
Fece un'altra pausa, combattendo con il sonno. Negli ultimi tre giorni era riuscito a dormire solo quattro ore.
«Dai rapporti, ore 22.00,» riprese in tono formale prendendo un mazzetto di rapporti dalla scrivania. «Henry Carmichael è morto mentre parlavo con il Principe. Il poliziotto, Joseph Robert Brentwood, è morto mezz'ora fa. Questo nella relazione del Dr. D non ci sarà, ma al momento stava praticamente cacando mele verdi. Brentwood ha mostrato un'improvvisa reazione positiva al vaccino classificato... vediamo...» Sfogliò le carte. «Eccolo. 63-A-3. Vedere allegato, se vi pare. La febbre di Brentwood è calata, è diminuito il caratteristico gonfiore delle ghiandole del collo, gli è venuta fame e ha mangiato un uovo in camicia e una fetta di pane tostato senza burro. Parlava in maniera lucida, voleva sapere dove si trovava, e via e via e trallallà. Poi, verso le 20, la febbre è ritornata molto alta. Delirio. Ha spezzato le cinture di contenzione del suo letto e si è messo a girare per la stanza, urlando, tossendo, scatarrando, il repertorio completo. Poi è stramazzato ed è morto. Bang. L'opinione dell'équipe è che a ucciderlo è stato il vaccino. Lo ha fatto star meglio per un po', ma ricominciava già a star male prima ancora che lo uccidesse. E così abbiamo di nuovo davanti una tabula rasa.»
Fece una pausa.
«Il peggio l'ho lasciato per ultimo. Possiamo declassificare
Accese una sigaretta.
«Allora, a che punto siamo stasera? Abbiamo davanti una malattia che attraversa un certo numero di fasi ben definite... ma qualche soggetto può saltare una fase. Qualcuno può ripeterne una. Qualcuno permane nella stessa fase per un tempo relativamente lungo e altri le attraversano a razzo tutte e quattro. Uno dei due nostri soggetti 'puliti' non è più pulito. L'altro è un villico trentenne che sembra star bene quanto me. Denninger lo ha sottoposto a trenta milioni di esami ed è riuscito a isolare solo quattro anomalie: Redman presenta un numero eccessivo di nei sul corpo. E leggermente iperteso, ma troppo poco perché si possa già intraprendere una terapia. Quando è sotto stress si manifesta un leggero tic sotto l'occhio sinistro. E Denninger dice che sogna molto più della media, ogni notte e per quasi tutta la durata del sonno. È risultato dagli encefalogrammi che gli hanno fatto prima che decidesse di incrociare le braccia. Nient'altro. Io non riesco a tirarne fuori niente, né ci riesce il dottor Denninger, né ci riescono quelli che controllano il lavoro del dottor Demento.
«Questo mi fa paura, Starkey. Mi fa paura perché nessuno, tranne un medico molto in gamba, in possesso di tutti i dati, sarà in grado di diagnosticare altro che un comune raffreddore nella gente che ha addosso questa cosa. Cristo, nessuno va più dal medico se non ha la polmonite o un nodulo sospetto nella tetta o un brutto caso di orticaria. Troppo difficile farti guardare da qualcuno. Se ne staranno a casa, a bere molti liquidi e a letto, e poi moriranno. Prima di farlo, contageranno tutti quelli che saranno entrati in quella stessa stanza. Tutti noi stiamo ancora aspettando che il Principe - probabilmente avrò usato il suo vero nome qui da qualche parte, ma in questo momento non me ne frega un cazzo, te l'assicuro - se la prenda anche lui, stanotte o domani o dopodomani, al più tardi. E finora, nessuno che se l'è presa ne è uscito. Quei figli di troia in California hanno fatto questo lavoretto un po' troppo bene, per i miei gusti.
«Deitz, Atlanta, PB-2, fine del rapporto.»
Spense il registratore e rimase a fissarlo a lungo. Poi si accese un'altra sigaretta.
13
Si accese la luce rossa. La pompa ansimò. La porta si aprì. L'uomo che varcò la soglia non indossava una tuta bianca, ma portava un piccolo filtro lucido al naso che somigliava un po' a una forchettina d'argento a due rebbi, di quelle che la padrona di casa colloca sul tavolo dei rinfreschi per pescare le olive dal vasetto. «Salve, Mr Redman,» disse attraversando la stanza senza fretta. Tese la mano, infilata in un guanto di sottile gomma trasparente e Stu, preso alla sprovvista, gliela strinse. «Mi chiamo Dick Deitz. Denninger mi ha detto che non intende più continuare la partita se non le dicono qual è il punteggio.» Stu annuì. «Bene,» disse Deitz, e si sedette sull'orlo del letto. Era un ometto bruno e seduto li con i gomiti ripiegati appena sopra le ginocchia somigliava a un nanetto di un film di Walt Disney. «Allora, che cosa vuol sapere?» «Primo, penso che mi piacerebbe sapere perché lei non indossa una di quelle tute spaziali.» «Perché Geraldo dice che lei non è contagioso.» Deitz additò un porcellino d'India dietro la finestra a doppi vetri. La cavia stava in una gabbia e ritto dietro la gabbia c'era Denninger, il volto inespressivo. «Geraldo, eh?» «Geraldo respira da tre giorni la stessa aria che respira lei, attraverso un convettore. La malattia che ha colpito i suoi amici si trasmette facilmente dagli esseri umani alle cavie e viceversa. Se lei fosse contagioso, riteniamo che Geraldo a quest'ora sarebbe morto.» «Però lei non ha intenzione di correre rischi,» disse asciutto Stu, indicando con il pollice il filtro nasale. «Non sta scritto nel mio contratto,» disse Deitz con un sorrisetto ironico. «Che cos'ho?» Come se si fosse preparato la risposta, Deitz snocciolò: «Capelli neri, occhi azzurri, una notevole abbronzatura...» Fissò Stu. «Non fa ridere, eh?» Stu non rispose. «Ha voglia di darmele?» «Non credo che servirebbe a qualcosa.» Deitz sospirò e si grattò il dorso del naso come se i tubicini nelle narici gli dessero fastidio. «Mi ascolti,» disse. «Quando le cose si fanno gravi, mi viene da scherzare. C'è chi fuma, chi mastica gomma. È il mio modo di trattenere la merda, questo è tutto. Non dubito che ci siano altri sistemi migliori. Quanto al genere di malattia che lei ha, be', per quanto Denninger e i suoi colleghi hanno potuto appurare, non ne ha affatto.» Stu annuì impassibile. Ma lo sfiorò l'idea che in qualche modo quel nanetto avesse riconosciuto, al di là del suo viso inespressivo, la sua improvvisa e profonda sensazione di sollievo. «Che cos'hanno gli altri?» «Mi dispiace, ma è un segreto.» «Come se l'è beccata quel Campion?» «E un segreto anche questo.» «Secondo me, era un militare. Ed è accaduto un incidente da qualche parte. Come quello capitato alle pecore nell'Utah venti anni fa, solo molto peggio.» «Mr Redman, potrei finire in carcere solo se le dicessi se ha torto o ragione.» Stu si passò distrattamente una mano sulla guancia irta di barba. «Dovrebbe essere contento che non le diciamo di più,» fece Deitz. «Lo sa, no?» «Così posso servire meglio il mio paese,» disse asciutto Stu. «No, questo lo dice Denninger,» fece Deitz. «Nel quadro generale, Denninger e io contiamo poco, ma Denninger conta ancor meno di me. E un servomotore, niente di più. C'è una ragione più pragmatica per cui dovrebbe essere contento. È un segreto nazionale anche lei, sa? Lei è scomparso dalla faccia della terra. Se ne sapesse di più, i pezzi grossi potrebbero decidere che la cosa più sicura sia farla sparire definitivamente.» Stu non fece commenti. Era sbalordito. «Ma non sono venuto qui a minacciarla. Desideriamo moltissimo la sua collaborazione, Mr Redman. Ne abbiamo bisogno.» «Dove sono gli altri con cui sono arrivato?» Deitz cavò un foglio dalla tasca interna. «Victor Palfrey, deceduto. Norman Bruett, Robert Bruett, deceduti. Thomas Wannamaker, deceduto. Ralph Hodges, Bert Hodges, Cheryl Hodges, deceduti. Christian Ortega, deceduto. Anthony Leominster, deceduto.» I nomi vorticarono nella mente di Stu. Chris, il barista. Aveva sempre tenuto un fucile carico con il calcio segato sotto il bancone, e il camionista che credeva che Chris scherzasse, quando minacciava di usarlo, era destinato ad avere una grossa sorpresa. Tony Leominster, che guidava quella grossa International con la ricetrasmittente Cobra sotto il cruscotto. A volte faceva un salto alla stazione di servizio di Hap, ma non c'era la sera che Campion aveva divelto le pompe di benzina. Vic Palfrey, Cristo, lo conosceva dalla nascita, Vic. Com'era possibile che fosse morto? Ma la cosa che più lo colpì fu la fine della famiglia Hodges. «Tutti quanti?» si udì domandare. «L'intera famiglia di Ralph?» Deitz girò il foglio. «No. C'è una bambina. Eva. Di quattro anni. E viva.» «Be', come sta?» «Mi dispiace, ma è un segreto.» La rabbia lo travolse con l'inaspettata subitaneità di una dolce sorpresa. Balzò in piedi, poi agguantò Deitz per il bavero e prese a scrollarlo avanti e indietro. Con la coda dell'occhio colse un movimento di sorpresa dietro i doppi vetri. Fievole, attutito dalla distanza e dalle pareti a prova di suono, udì il fischio di una sirena. «Che cos'avete combinato, voialtri?» urlò. «Che cos'avete combinato? Che cos'avete combinato, in nome di Dio?» «Mr Redman...» «Eh? Che cazzo avete combinato?» La porta si aprì sospirando. Tre omaccioni in divisa militare entrarono nella stanza. Portavano tutti e tre i tamponi al naso. Deitz diede loro un'occhiata e sbottò: «Toglietevi dai piedi!» «Abbiamo ordine...» «Uscite. Questo è un ordine!» Si ritirarono. Deitz si sedette con calma sul letto. Aveva il bavero cincischiato e i capelli gli erano ricaduti sulla fronte. Tutto qui. Guardava tranquillo Stu, quasi con simpatia. Per un attimo rabbioso Stu prese in considerazione l'idea di strappargli il filtro dal naso, poi si ricordò di Geraldo, che nome cretino per una cavia. Una tetra disperazione lo investì come un getto d'acqua gelida. Si sedette. «Cristo in carriola,» mormorò. «Mi stia a sentire,» disse Deitz. «Non sono responsabile della sua presenza qui. Neppure Denninger lo è, né le infermiere che vengono a misurarle la pressione. Se c'era un responsabile, era Campion, ma non può incolpare neppure lui. È scappato, ma in quelle circostanze sarebbe scappato anche lei o anch'io. È stato un errore tecnico a consentirgli la fuga. La situazione è quella che è. Tentiamo di padroneggiarla in qualche modo, tutti noi. Questo, però, non ci rende responsabili.» «Allora chi lo è?» «Nessuno,» disse Deitz, e sorrise. «Nel caso specifico, la responsabilità si dirama in tante direzioni da risultare invisibile. Si è trattato di un incidente. Avrebbe potuto verificarsi in una quantità di altri modi.» «Un incidente,» ripeté Stu, la voce ridotta a un bisbiglìo. «E gli altri? Hap e Hank Carmichael e Lila Bruett? E il piccolo Luke? Monty Sullivan...» «È un segreto,» lo interruppe Deitz. «Ha intenzione di darmi un'altra scrollata? Se la farà sentir meglio, si accomodi.» Stu non disse nulla, ma il modo in cui guardava Deitz indusse questi ad abbassare di scatto gli occhi e a brancicare la piega dei calzoni. «Sono vivi,» disse, «e a suo tempo potrà vederli.» «E Arnette?» «In quarantena.» «Ci è morto qualcuno?» «Nessuno.» «Lei mente.» «Mi dispiace che la pensi così.» «Quando potrò andarmene di qui?» «Non lo so.» «È un segreto?» domandò amareggiato Stu. «No, semplicemente non si sa. A quanto pare, lei non è colpito dalla malattia. Vogliamo sapere perché non se l'è presa. Allora saremo a cavallo.» «Potrei farmi la barba? Mi pizzica.» Deitz sorrise. «Se permetterà a Denninger di riprendere i suoi esami, le mando subito un inserviente a raderla.» «Posso fare da me. Mi faccio la barba da solo da quando avevo quindici anni.» Deitz scosse il capo con forza. «Direi di no.» Stu gli rivolse un sorrisetto ironico, «Ha paura che mi tagli la gola?» «Diciamo...» Stu lo interruppe con una serie di aspri, secchi colpi di tosse. Erano così violenti che si piegò in due. La cosa ebbe un effetto galvanizzante su Deitz. Schizzò dal letto come un proiettile e si precipitò alla porta ad aria compressa, con i piedi che sembravano non sfiorare neppure il pavimento. Poi eccolo frugarsi in tasca in cerca della chiave quadrata e infilarla nella fessura. «Non si preoccupi,» disse Stu, ridacchiando. «Ho fatto finta.» Deitz si voltò lentamente verso di lui. La sua espressione era mutata. Le labbra sì erano assottigliate per la collera, gli occhi erano sgranati. «Lei cosa?» «Ho fatto finta,» ripeté Stu. E fece un gran sorriso. Deitz mosse due passi esitanti verso di lui. Serrò i pugni, li riapri, tornò a serrarli. «Ma perché? Come le è venuto in mente di fare una cosa del genere?» «Mi dispiace,» disse Stu, sorridendo. «È un segreto.» «Figlio di una puttana merdosa,» esclamò Deitz con una punta di stupore. «Coraggio. Vada a dirgli che possono fare i loro esami.» Quella notte dormì meglio di quanto gli fosse capitato da quando lo avevano portato lì. E fece un sogno oltremodo vivido. Aveva sempre sognato moltissimo - sua moglie si lamentava perché si dimenava e borbottava nel sonno - ma non aveva mai fatto un sogno come quello. Se ne stava ritto su una strada di campagna, nel punto preciso in cui il nero asfalto cedeva il passo allo sterrato bianchissimo. Nel cielo brillava un cocente sole estivo. Da ambo i lati della strada si stendeva il verde granturco, a perdita d'occhio. C'era un cartello stradale, ma era impolverato e lui non riusciva a leggerlo. Si udivano i corvi gracchiare, aspri e lontanissimi. Più vicino, qualcuno suonava una chitarra acustica, pizzicandola. Vic Palfrey suonava la chitarra, una volta; era un suono gradevole. Questo è il posto dove dovrei andare, pensò vagamente Stu. Già, questo è il posto giusto, proprio così. Che cos'era? Bella Sion? I campi della casa di mio padre? Dolce addio? Un inno che ricordava dall'infanzia, qualcosa che ricollegava con il battesimo per immersione nell'acqua e i picnic sui prati. Però non riusciva a ricordare quale. Poi la musica cessò. Una nuvola velò il sole. E lui cominciò ad aver paura. Cominciò ad avvertire qualcosa di terribile, qualcosa che era peggio della peste, del fuoco o del terremoto. C'era qualcosa tra il granturco, e lo spiava. C'era qualcosa di oscuro nel granturco. Guardò, e vide due rossi occhi ardenti rintanati nell'ombra, in fondo al granturco. Quegli occhi lo colmarono del paralizzante, disperato orrore che prova una gallina davanti a un furetto. Lui, pensò. L'uomo senza volto. Oh, buon Dio. Oh, Dio buono, no. Poi il sogno svanì e Stu si svegliò con una sensazione di inquietudine, di smarrimento e di sollievo. Andò in bagno e poi alla finestra. Guardò fuori, la luna. Tornò a letto, ma ci mise un'ora a riprendere sonno. Tutto quel granturco, pensò sonnacchioso. Doveva essere lo Iowa o il Nebraska, forse il Kansas settentrionale. Ma lui non era mai stato in nessuno di quei posti in vita sua.
12
C'era una grande pendola nell'angolo del salotto. Frannie Goldsmith aveva ascoltato i suoi tic tac misurati per tutta la vita. Riassumeva la stanza, che lei non aveva mai amato e in giorni come quello decisamente odiava.
La sua stanza preferita, di tutta la casa, era il laboratorio di suo padre. Si trovava sotto la tettoia che collegava casa e rimessa. Ci si entrava da una porticina alta sì e no un metro e mezzo, seminascosta dietro la vecchia cucina a legna. Perfino la porta aveva una sua bellezza: piccola e quasi nascosta, era deliziosamente simile al tipo di porticine che si incontrano nelle fiabe. Da quando Frannie, crescendo, era diventata più alta, per entrarvi doveva chinare la testa proprio come faceva suo padre; sua madre non entrava mai nel laboratorio a meno che non fosse assolutamente indispensabile. Era una porta da Alice nel paese delle meraviglie e per un periodo la sua fantasia segreta tenuta nascosta anche al padre, era che un giorno, aprendola, non avrebbe affatto trovato il laboratorio di Peter Goldsmith. Vi avrebbe trovato invece un passaggio sotterraneo che conduceva dal Paese delle Meraviglie a Hobbiton, una galleria bassa ma confortevole con le pareti di terra arrotondate e un soffitto anch'esso di terra, irto di robuste radici che a urtarle con la testa ti davano una bella botta. Una galleria che odorava non di terra umida e di muffa e di brutti insetti e vermi, ma di cannella e di torte di mele appena sfornate.
Ebbene, quella confortevole galleria non fu mai scoperta ma, per
«Passami quella chiave inglese, Frannie. No, quella piccola. Che cos'hai fatto oggi a scuola... Ma davvero?... Be', e perché
«Frannie Goldsmith! Vieni immediatamente fuori da quel posto orribile e cambiati i vestiti della scuola! IMMEDIATAMENTE! Sarai tutta sporca!»
Ancora adesso, a ventun anni, le bastava infilarsi in quella porticina, e fermarsi tra il tavolo da lavoro e la vecchia stufa Ben Franklin che d'inverno dava tanto caldo, per cogliere una parte di quel che aveva significato essere una così piccola Frannie Goldsmith e crescere in quella casa. Era una sensazione ingannevole, quasi sempre intrecciata di tristezza per suo fratello Fred, di cui si ricordava appena, e la cui crescita era stata così bruscamente e definitivamente interrotta. Poteva star lì e sentire l'odore del petrolio che permeava tutto, il vago sentore della pipa di suo padre. Raramente riusciva a ricordare com'era essere così piccola, così stranamente piccola, ma là qualche volta le capitava, ed era un bel sentire.
Ma il salotto, ora.
Il salotto.
Se il laboratorio era il lato buono dell'infanzia, simboleggiato dal profumo fantasma della pipa del padre (qualche volta, quando aveva mal di testa, lui le soffiava delicatamente il fumo nell'orecchio, estorcendole sempre, subito dopo, la promessa che non lo avrebbe detto a Carla: le sarebbe venuto un colpo), allora il salotto era tutto ciò che dell'infanzia si vorrebbe dimenticare. Parla solo quando ti si rivolge la parola! Più facile romperlo che aggiustarlo! Va' immediatamente di sopra a cambiarti, non vedi che non è adatto? Ma non rifletti mai? Frannie, non strofinarti così il vestito, penseranno che hai le pulci. Che cosa penseranno zio Andrew e zia Carlene? Mi hai fatto morire dalla vergogna! Il salotto era il posto dove dovevi tenere le labbra cucite, il salotto era il posto dove se ti prudeva non potevi grattarti, il salotto era il posto degli ordini dittatoriali, della conversazione noiosissima, dei parenti che ti pizzicano le guance, dei malesseri fisici, degli starnuti che non si potevano starnutire, delle tossi che non si potevano tossire e, soprattutto, degli sbadigli che non dovevano essere sbadigliati.
Al centro di questa stanza dove dimorava lo spirito di sua madre c'era l'orologio. Era stato costruito nel 1889 dal nonno di Carla, Tobias Downs, ed era stato elevato quasi immediatamente a simbolo di status sociale della famiglia, spostandosi lungo gli anni, accuratamente imballato e assicurato per i traslochi, da una parte all'altra del paese (originariamente aveva visto la luce a Buffalo, nello stato di New York, nel laboratorio di Tobias, un luogo che indubbiamente era stato né più né meno fumoso e riprovevole del laboratorio di Peter, anche se un commento del genere sarebbe parso a Carla del tutto irriverente), passando a volte da un punto all'altro dell'albero di famiglia quando un tumore, un infarto o un incidente ne troncava un ramo. L'orologio era stato in quel salotto da quando Peter e Carla Goldsmith si erano insediati nella casa trentasei anni prima, poco più poco meno. Qui era stato piazzato e qui era rimasto, ticchettando, segnando il trascorrere di segmenti di tempo in un'era arida. Un giorno l'orologio sarebbe stato suo, se lo voleva, rifletteva Frannie fissando il viso pallido, scioccato della madre. Ma non lo voglio! Non lo voglio e non lo avrò!
Nella stanza c'erano fiori secchi sotto campane di vetro. C'era un tappeto color tortora con motivi di rose polverose. E c'era un'elegante finestra a bovindo che guardava dall'alto della collina verso
Quell'argomento, almeno, sarebbe caduto.
Carta da parati decorata, grandi foglie verdi e fiorì rosa quasi della medesima tonalità delle rose sul tappeto. Mobili vecchia America e una doppia porta di scuro mogano. Un caminetto tenuto lì solo per bellezza dove un ciocco di betulla stava eternamente su un focolare di mattoni rossi eternamente immacolato e incontaminato anche da una sola macchiolina di fuliggine. Frannie si era fatta l'idea che ormai quel tronco era così secco che ad accenderlo sarebbe bruciato come un pezzo di carta. Sopra il ciocco c'era un paiolo così grande da poterci quasi fare il bagno a un bambino. Veniva dalla bisnonna di Frannie, e pendeva eternamente sull'eterno ciocco. Sopra la cappa, a completare quella parte del quadro, c'era l'Eterno Fucile a Pietra Focaia.
Segmenti di tempo in un'epoca arida.
In uno dei suoi primi ricordi, stava facendo pipì sul tappeto color tortora con le rose polverose. Poteva aver avuto tre anni, da poco aveva imparato a usare il vasino e probabilmente non aveva il permesso di entrare in salotto, se non per occasioni speciali, perché avrebbe potuto rovinare qualcosa. Ma in qualche modo lei era riuscita a entrare e, vedendo sua madre non semplicemente correre ma schizzare ad afferrarla prima che accadesse l'irreparabile, aveva provocato l'impensabile. La vescica aveva mollato e la madre si era messa a urlare alla vista della macchia che allargandosi aveva mutato il grigio tortora in un grigio ardesia più scuro tutt'intorno al sedere della bambina. La macchia alla fine era sparita, ma a costo di quanti pazienti lavaggi? Il Signore forse lo sapeva; Frannie Goldsmith no.
Era stato nel salotto che sua madre le aveva parlato, torvamente, esplicitamente e a lungo, dopo aver pescato Frannie e Norman Burstein che si esaminavano a vicenda nella rimessa, con i vestiti ammucchiati in un unico amichevole fagotto su una balla di fieno lì vicino. Le sarebbe piaciuto, aveva chiesto Carla mentre la pendola scandiva solennemente segmenti di tempo in un'epoca arida, se avesse preso Frannie e l'avesse fatta andare su e giù per
Quando aveva dieci anni era andata a sbattere con la bicicletta contro il paletto della cassetta delle lettere mentre guardava dietro di sé per gridare qualcosa a Georgette McGuire. Si era fatta un taglio alla testa, aveva perso sangue dal naso, si era sbucciata tutt'e due le ginocchia e per qualche momento era quasi svenuta per lo choc. Quando si era ripresa, si era trascinata barcollando su per il vialetto fino a casa, singhiozzando terrorizzata alla vista di tutto quel sangue che usciva dal suo corpo. Sarebbe andata dal padre ma, dato che lui era al lavoro, era comparsa in salotto dove sua madre stava servendo il tè a Mrs Venner e a Mrs Prynne. Fuori! aveva strillato sua madre, e un attimo dopo le era corsa incontro, l'aveva abbracciata gridando: Oh, Frannie, cara, che cos'è successo, oh, il tuo povero naso! Ma, mentre la consolava, Carla stava spingendo Frannie verso la cucina, dove si poteva senza danno insanguinare il pavimento, e Frannie non aveva mai dimenticato che la sua prima parola quel giorno non era stata Frannie! ma fuori! La sua prima preoccupazione era stata per il salotto dove trascorreva quell'epoca arida e al sangue era vietato l'ingresso. Forse neppure Mrs Prynne l'aveva mai dimenticato, perché anche tra le lacrime Frannie aveva colto un'espressione scioccata sul viso della donna. Dopo quel giorno, le visite di Mrs Prynne si erano diradate parecchio.
Al primo anno delle superiori aveva avuto un brutto voto in condotta sulla pagella e naturalmente era stata invitata nel salotto per discuterne con la madre. Era lì che si discutevano le ambizioni di Frannie, che finivano sempre con l'apparire un tantino terra terra; era lì che si discutevano le speranze di Frannie, che finivano sempre con l'apparire un tantino mediocri; era lì che si discutevano le lagnanze di Frannie, che finivano sempre con l'apparire assolutamente ingiustificate, piagnucolose e irriconoscenti.
Era nel salotto che era stata messa la bara di suo fratello, su un catafalco adorno di rose, crisantemi e mughetti che riempivano la stanza del loro profumo secco mentre, nell'angolo, l'orologio dal volto impassibile manteneva il suo posto, ticchettando segmenti di tempo in un'epoca arida.
«Sei incinta,» ripeté Carla Goldsmith per la seconda volta.
«Sì, mamma.» La sua voce era secchissima, ma non si sarebbe lasciata andare a inumidirsi le labbra. Invece le strinse. Pensò: Nel laboratorio di mio padre c'è una bambina con un vestitino rosso e sarà sempre lì, a ridere e nascondersi sotto il banco, con l'incudine incastrata sul bordo o tutta raggomitolata con le ginocchio scorticate strette al petto, dietro il grande mobile con i suoi mille cassetti. Quella bambina è una bambina felice. Ma nel salotto della mamma ce n'è una molto più piccola che non può evitare di bagnare il tappeto come un cane maleducato. Come un cattivo cucciolo maleducato. E anche lei sarà sempre lì, per quanto io possa desiderare che se ne vada.
«Oh... Frannie,» disse la madre, pronunciando le parole molto in fretta. Si portò una mano alla guancia come una zia zitella scandalizzata. «Come è successo?»
La stessa domanda di Jess. Ecco che cosa le faceva perdere le staffe: era la stessa domanda che aveva fatto lui.
«Dato che tu stessa ne hai avuti due di figli, mamma, credo che come è successo dovresti saperlo.»
«Non fare la sfrontata!» esclamò Carla. Spalancò gli occhi che le lampeggiarono di quel fuoco che aveva sempre terrorizzato Frannie da bambina. Si era alzata in piedi con quel suo modo scattante di farlo (anche questo la terrorizzava da bambina), una donna alta con i capelli che cominciavano a ingrigire, sempre in ordine, generalmente di parrucchiere, una donna alta dall'elegante abito verde e l'impeccabile calzamaglia beige. Si avvicinò al camino, dove andava sempre nei momenti di crisi. Sopra la cappa, al disopra del fucile, c'era un grosso album di ritagli. Carla era una sorta di genealogista dilettante, e in quel libro c'era la sua intera famiglia... almeno a partire dal 1638, quando il suo primo progenitore rintracciabile era emerso dall'anonima folla di londinesi abbastanza a lungo da essere registrato in un qualche antichissimo documento parrocchiale come Merton Downs, massone. L'albero genealogico di Carla era stato pubblicato quattro anni prima nel New England Genealogist, compilato personalmente da lei.
Ora si mise a sfogliare quel libro di nomi indefessamente ammassati, terreno sicuro dove nessun intruso era ammesso. Non c'era nessun ladro, là dentro? si chiese Frannie. Niente alcolizzati? Niente madri nubili?
«Come hai potuto fare una cosa del genere a tuo padre e a me?» domandò alla fine. «È stato quel ragazzo, Jess?»
«È stato Jess. Jess è il padre.»
Carla trasalì alla parola.
«Come hai potuto farlo?» ripeté Carla. «Noi abbiamo fatto del nostro meglio per allevarti come si deve. Questo è proprio... proprio...»
Si coprì il viso con le mani e scoppiò a piangere.
«Come hai potuto farlo?» singhiozzò. «Dopo tutto quello che abbiamo fatto per te, è questo il ringraziamento? Andartene in giro e... e... accoppiarti con un ragazzo come una cagna in calore? Cattiva! Svergognata!»
Si sciolse in singhiozzi, appoggiandosi alla cappa del camino con una mano sugli occhi e l'altra che continuava a scivolare su e giù sulla rilegatura di panno verde del librone. Intanto, la pendola continuava a ticchettare.
«Mamma...»
«Non rivolgermi la parola! Hai già detto abbastanza!»
Frannie si alzò, tesa. Le sembrava di avere le gambe di legno ma non doveva essere così, perché le tremavano. Le lacrime cominciavano ad affacciarlesi agli occhi, ma che facessero pure: non avrebbe permesso a quella stanza di sconfiggerla ancora. «Adesso vado.»
«Hai mangiato alla nostra tavola!» gridò Carla all'improvviso. «Noi ti abbiamo voluto bene... e ti abbiamo mantenuta... e questo ne abbiamo avuto in cambio! Cattiva! Cattiva!»
Frannie, accecata dalle lacrime, incespicò. Il piede destro inciampò nella caviglia sinistra, perse l'equilibrio e cadde con le mani allargate. Urtò contro lo spigolo del tavolino con una tempia e una mano scaraventò un vaso da fiori sul tappeto. Il vaso non si ruppe ma l'acqua ne uscì gorgogliando, mutando il grigio tortora in grigio ardesia.
«Guarda che cosa hai fatto!» strillò Carla, quasi trionfante. Le lacrime avevano lasciato due scavi neri sotto gli occhi incidendosi la strada nel trucco. Appariva stravolta, come una mezza demente. «Guarda che cos'hai fatto, hai rovinato il tappeto, il tappeto di tua nonna...»
Frannie se ne stette lì a terra, strofinandosi intontita la testa, piangendo ancora, e avrebbe voluto dire a sua madre che si trattava solo di acqua, ma ormai era completamente sfinita e non ne era più assolutamente sicura. Era davvero solo acqua? O era orina?
Sempre muovendosi con quella rapidità sinistra, Carla Goldsmith raccolse il vaso e lo brandì in direzione di Frannie. «E adesso che cosa conti di fare, signorina? Pensi di rimanertene qui? Ti aspetti che continuiamo a nutrirti e a ospitarti mentre tu ti dai alla pazza gioia? E così, immagino. Ebbene, no! No! Io non ci sto. Non ci sto!»
«Io non voglio rimanere qui,» mormorò Frannie. «Pensavi di sì?»
«E dove andresti? Con lui? Ne dubito.»
«Da Bobbi Rengarten nel Dorchester o da Debbie Smith nel Somersworth, immagino.» Frannie si alzò, riprendendo lentamente il controllo. Piangeva ancora ma cominciava anche a sentirsi infuriata. «Non che siano faccende che ti riguardano.»
«Non mi riguardano?» ripeté Carla, sempre stringendo il vaso. Aveva la faccia bianca come pergamena. «Non mi riguardano? Quello che fai quando sei sotto il mio tetto non è una faccenda che mi riguarda? Piccola cagna ingrata!»
Le diede uno schiaffo, ed era uno schiaffo forte. La testa di Frannie fu sbalzata all'indietro. Smise di strofinarsi la tempia e cominciò a massaggiarsi la guancia, guardando sbalordita sua madre.
«Questo è il ringraziamento per averti mandata in una scuola come si deve,» disse Carla, mostrando i denti in un ghigno spietato e spaventoso. «Adesso non finirai mai gli studi. Quando lo avrai sposato...»
«Non ho intenzione di sposarlo. E non ho intenzione di lasciare la scuola.»
Carla sbarrò gli occhi. Fissò Frannie come se la ragazza avesse perso la testa. «Che cosa stai dicendo? Un aborto? Abortisci? Vuoi diventare un'assassina oltre che una poco di buono?»
«Il bambino lo tengo. Dovrò saltare il semestre di primavera, ma posso finire l'estate prossima.»
«E con che cosa pensi di finire? Con i miei soldi? Se è così, dovrai ancora pensarci a lungo. Una ragazza moderna come te non dovrebbe aver bisogno del sostegno dei suoi genitori, no?»
«Il sostegno potrebbe essermi utile,» disse a bassa voce Frannie. «Quanto al denaro... be', mi arrangerò.»
«Ma non provi la minima vergogna! Non pensi a nessun altro che a te stessa!» gridò Carla. «Dio mio, che cosa ne sarà di tuo padre e di me! Ma a te non importa proprio niente! Spezzerai il cuore di tuo padre e...»
«Non mi sembra troppo spezzato.» La voce calma di Peter Goldsmith giunse dalla porta e le due donne si girarono in quella direzione. Lui era sulla porta, ma all'esterno: le punte degli stivali da lavoro si fermavano poco prima del punto in cui il tappeto del salotto prendeva il posto di quello più malconcio dell'ingresso. Improvvisamente Frannie si rese conto che quello era un punto in cui l'aveva visto tante volte in passato. Qual era stata l'ultima volta che suo padre era entrato materialmente nel salotto? Non riusciva a ricordarlo.
«Che cosa ci fai qui?» scattò Carla, d'un tratto dimentica degli eventuali danni cardiaci che poteva subire il marito. «Mi sembrava che questo pomeriggio dovessi rimanere al lavoro fino a tardi.»
«Ho scambiato il turno con Harry Masters,» spiegò Peter. «Fran me l'ha già detto, Carla. Stiamo per diventare nonni.»
«Nonni!» strillò lei. Le venne fuori una specie di risata sinistra, confusa. «Lascia a me questa faccenda. Lei lo ha detto prima a te e tu me l'hai tenuto nascosto. Pazienza, dovevo aspettarmelo da te. Ma adesso chiuderò quella porta e ce la sbrigheremo noi due.»
Rivolse a Frannie un sorriso amaro.
«Soltanto... noi 'ragazze'.»
Mise la mano sul pomo della porta del salotto e cominciò ad accostarla. Frannie osservava la scena, ancora stordita, quasi incapace di comprendere quell'improvvisa montata di furia e asprezza in sua madre.
Peter allungò la mano, lentamente, riluttante, e bloccò la porta a metà del movimento.
«Peter, voglio che questa faccenda la lasci a me.»
«Lo so bene. L'ho già fatto in passato, ma questa volta no, Carla.»
«Questo non è il tuo campo.»
Con calma, lui rispose: «Lo è.»
«Papà...»
Carla si volse verso di lei e ora il bianco pergamena del suo volto mostrava due chiazze rosse sopra gli zigomi. «Non parlare con lui!» urlò. «Non è con lui che stai discutendo! Lo so che saresti capace di rigirartelo e convincerlo di qualsiasi pazzia o di tirarlo dalla tua parte con le tue paroline dolci, ma non è con lui che stai discutendo oggi, signorina!»
«Smettila, Carla.»
«Fuori!»
«Non sono dentro. Come vedi le...»
«Non prenderti gioco di me. Esci dal mio salotto!»
E con questo cominciò a spingere la porta, abbassando la testa e appoggiandovi le spalle come uno strano toro, umano e femminile. Sulle prime lui la trattenne agevolmente, poi con un po' di sforzo. Alla fine cominciarono a gonfiarglisi i tendini del collo, benché lei fosse una donna e più leggera di lui di trenta chili.
Frannie avrebbe voluto urlare che la smettessero, avrebbe voluto dire al padre di andarsene così che loro due non sarebbero stati costretti a guardare Carla in quel modo, ad assistere a quell'improvvisa e irrazionale asprezza che sembrava da sempre minacciare di esplodere e che ora era emersa irrefrenabile. Ma si sentiva la bocca paralizzata, come se le si fossero arrugginiti i cardini.
«Fuori! Fuori dal mio salotto! Fuori! Fuori! Fuori! Bastardo, lascia questa maledetta porta e VAI FUORI!»
Fu allora che lui le diede lo schiaffo.
Fu un rumore piatto, quasi inavvertito. La pendola non scappò via in un alone di polvere oltraggiata a quel rumore, ma continuò a ticchettare esattamente come aveva fatto fin da quando era stata messa in moto. Il mobilio non mandò un gemito. Ma le parole furibonde di Carla vennero troncate, come amputate con uno scalpello. Cadde in ginocchio e la porta si riaprì tutta, urtando senza rumore contro un'alta poltroncina vittoriana ricoperta con una foderina ricamata a mano.
«No, oh, no,» mormorò Frannie con una vocetta spezzata.
Carla si strinse la guancia con la mano e piantò gli occhi sul marito.
«Erano dieci anni e più che era in arrivo,» considerò Peter. La sua voce aveva una nota di leggera incertezza. «Mi sono sempre detto che non lo facevo perché non mi andava di picchiare una donna. Ancora non mi va. Ma quando una persona - uomo o donna che sia - diventa un cane e comincia a mordere, allora bisogna prendere provvedimenti. Vorrei soltanto aver avuto il fegato di farlo prima, Carla. Così avrebbe fatto meno male a tutt'e due.»
«Papà...»
«Zitta, Frannie,» disse lui con aria assente e severa, e lei si zittì.
«Dici che è stata un'egoista,» riprese Peter, sempre fissando dall'alto il viso inerte, stravolto della moglie. «Sei tu che sei un'egoista. Hai smesso di occuparti di Frannie quando è morto Fred. E stato allora che hai deciso che voler bene dà troppa sofferenza e che era meno rischioso vivere solo per te stessa. Ed è qui che sei venuta a farlo, tante tante e tante volte. In questa stanza. Hai perso la testa per la tua famiglia morta e hai dimenticato la sua parte ancora viva. E quando lei è venuta qui dentro e ti ha confidato di essere nei guai, ti ha chiesto aiuto, scommetto che la prima cosa che ti è passata per la mente è stata quello che avrebbero detto le signore del Flower and Garden Club, o se questo significava che non potevi andare al matrimonio di Amy Lauder. Il dolore è un motivo per cambiare, ma tutto il dolore del mondo non cambia i fatti. Sei stata un'egoista.»
Si chinò e l'aiutò ad alzarsi. Lei si mise in piedi come una sonnambula. La sua espressione non era mutata: occhi sbarrati e increduli. Il suo sguardo implacabile non vi era ancora tornato, ma Frannie pensò mestamente che con il tempo sarebbe stato di nuovo lì.
Sicuramente.
«È colpa mia se ti ho lasciato fare. Se non ho voluto provocare cose spiacevoli. Se non ho voluto smuovere la barca. Come vedi anch'io sono stato un egoista. E quando Fran è andata via, a scuola, ho pensato, bene, ora Carla può avere quel che vuole e non farà del male a nessuno tranne che a se stessa. Mi sbagliavo. Mi ero già sbagliato altre volte, ma mai come questa volta.»
Gentilmente, ma con grande forza, tese le braccia e strinse Carla per le spalle. «Adesso: questo te lo dico come marito. Se Frannie ha bisogno di un posto dove stare, quel posto può essere questo: come è sempre stato. Se ha bisogno di soldi, può prenderli dal mio portafogli: come ha sempre potuto. E se decide di tenersi il bambino, allora ti occuperai tu di organizzare una festa come si deve, e puoi anche pensare che non ci verrà nessuno, ma lei amici ne ha, veri amici, e loro verranno. Ti dirò anche un'altra cosa. Se vuole che venga battezzato, lo si farà proprio qui. Proprio qui in questo stramaledetto salotto.»
La bocca di Carla si era spalancata e ora cominciò a uscirne un suono. Sulle prime era straordinariamente simile al fischio di una teiera sul fuoco. Poi diventò un gemito acutissimo.
«Peter, in questa stanza è stata la bara in cui giaceva tuo figlio!»
«Si. E proprio per questo non c'è posto migliore per battezzare una nuova vita,» rispose lui. «Sangue di Fred. Sangue vivo. Fred è morto da un mucchio di anni, Carla. È tanto tempo ormai che è cibo per i vermi.»
Lei urlò e si tappò le orecchie con tutt'e due le mani. Lui si chinò e gliele scostò.
«Ma i vermi non hanno tua figlia e il bambino di tua figlia. Non ha importanza il modo in cui è arrivato: è vivo. Ti comporti come se volessi mandarla via, Carla. Che cosa ti rimarrebbe? Nient'altro che questa stanza e un marito che ti odierà per quello che hai fatto. Se lo fai, ebbene, fa' conto che quel giorno siamo morti tutti e tre: io e Frannie oltre che Fred.»
«Voglio andare di sopra a sdraiarmi,» disse Carla. «Ho la nausea. Credo che farò bene a stendermi.»
«Vengo ad aiutarti,» fece Frannie.
«Non toccarmi. Rimani con tuo padre. A quanto pare tu e lui l'avete escogitata bene, la maniera di distruggermi in questa città. Perché non ti trasferisci nel mio salotto, Frannie? Perché non riempi di fango il mio tappeto? Perché non prendi la cenere dalla stufa e la getti dentro il mio orologio?»
Cominciò a ridere e spinse via Peter, uscendo nel corridoio. Sbandava come un'ubriaca. Peter fece il gesto di metterle un braccio sulle spalle. Lei scoprì i denti e soffiò come un gatto.
La risata si trasformò in una serie di singhiozzi mentre saliva lentamente le scale, sostenendosi alla ringhiera di mogano; quei singhiozzi avevano un che di lacerante, di disperato, che fece venire a Frannie la voglia di urlare e vomitare al tempo stesso. Il viso di suo padre era pallidissimo. In cima alle scale, Carla si girò e ondeggiò in modo così allarmante che per un momento Frannie credette che sarebbe ruzzolata giù fino in fondo. Li guardò, fece per parlare, poi si girò di nuovo. Un attimo dopo, la porta chiusa della sua camera attutiva la tempesta della sua sofferenza.
Frannie e Peter rimasero a fissarsi, sgomenti, e la pendola continuò a ticchettare con tutta calma.
«Si sistemerà tutto,» assicurò Peter. «Tornerà sui suoi passi.»
«Credi?» chiese Frannie. Si avvicinò lentamente al padre, si appoggiò a lui e lui la cinse con le braccia. «Io penso di no.»
«Non importa. Non è il caso di pensarci adesso.»
«Devo andarmene. Lei qui non mi vuole.»
«Dovresti rimanere. Dovresti essere qui quando - e se - lei torna in sé e si accorge che ha ancora bisogno che tu rimanga.» Fece una pausa. «Anch'io resto qui, Fran.»
«Papà,» disse lei, e gli appoggiò la testa al petto. «Oh, papà, mi dispiace tanto, mi dispiace così tanto...»
«Sssh,» fece lui, e le accarezzò i capelli. Al disopra della sua testa poteva vedere il sole del pomeriggio che penetrava polveroso dalle finestre, come aveva sempre fatto, dorato e immobile, come fa quando entra nei musei e nelle stanze dei morti. «Sssh, Frannie. Ti voglio bene. Ti voglio bene.»
11
11
Una donna di colore dall'aria stanca, nell'atrio, disse a Larry che probabilmente Alice Underwood era al ventiquattresimo piano, a fare un inventario. Larry entrò in un ascensore e salì, accorgendosi degli sguardi furtivi lanciati alla sua fronte. La ferita non sanguinava più, ma il sangue si era raggrumato in uno spettacolo poco piacevole.
Il ventiquattresimo piano era occupato dagli uffici esecutivi di una fabbrica giapponese di macchine fotografiche. Larry andò su e giù per i corridoi per quasi venti minuti, cercando sua madre e sentendosi un imbecille. C'erano parecchi funzionali occidentali, ma molti erano giapponesi, in numero sufficiente da farlo sentire, con il suo metro e ottantacinque, un imbecille molto alto. Quegli uomini e donne, piccoli e con gli occhi a mandorla, osservavano la sua fronte incrostata e la manica della giacca insanguinata con un'inquietante pacatezza orientale.
Finalmente, dietro un'enonne pianta di felce, scorse, una porta con la targhetta che diceva CUSTODE E PULIZIA. Provò a girare la maniglia. La porta non era chiusa e Larry sbirciò all'interno. Dentro c'era sua madre, con addosso un'informe divisa grigia, le calze elastiche e un paio di scarpe con la suola di gomma. Teneva i capelli raccolti strettamente sotto una retina nera. Gli dava le spalle. Aveva un blocco di carta in mano e sembrava intenta a contare le bombolette di detergente su un alto scaffale.
Accompagnato da un senso di colpa, Larry sentì forte l'impulso di girare i tacchi e scappare. Tornare al garage a due isolati dal condominio della madre e saltare sulla Z. Voleva saltarci dentro e schizzare via. Schizzare dove? Dappertutto. Bar Harbor, nel Maine. Tampa, in Florida. Salt Lake City, nell'Utah. Qualsiasi posto era buono, purché fosse ben oltre l'orizzonte di Dewey Bustina e di questo sgabuzzino che sapeva di sapone. Sarà stata colpa del neon o del taglio alla fronte, ma gli stava venendo un fottuto mal di testa.
Oh, piantala di fare la lagna, dannata femminuccia.
«Ciao, mamma,» disse.
Lei ebbe un lieve sobbalzo ma non si girò. «Larry, l'hai trovata la strada!»
«Certo.» Strusciò i piedi. «Volevo chiederti scusa. Ieri sera avrei dovuto telefonarti...»
«Già. Ottima idea.»
«Sono rimasto con Buddy. Noi... ecco... siamo stati in giro. Per la città.»
«Me l'ero immaginato che si trattava di questo. O qualcosa di simile.» Si avvicinò con il piede un basso sgabello, vi montò su e si mise a contare le bottiglie di cera per pavimenti sull'ultimo scaffale, sfiorandone ognuna con la punta di pollice e indice. Dovette allungarsi verso l'alto e così facendo il vestito le si sollevò e lo sguardo di Larry si posò, al disopra del bordo scuro delle calze, sulla carne bianca delia parte alta delle cosce; distolse lo sguardo, ricordando improvvisamente che cosa era accaduto al terzo figlio di Noè quando aveva posato gli occhi sul vecchio padre che giaceva ubriaco e nudo sul suo giaciglio. Il poveraccio aveva finito per fare lo spaccalegna e il portatore d'acqua fino alla fine dei suoi giorni. Lui e tutti i suoi discendenti. Ed è per questo che oggi ci sono i disordini razziali, figliolo. Sia fatta la volontà di Dio.
«Solo questo dovevi dirmi?» domandò lei, girandosi a guardarlo per la prima volta.
«Volevo dirti dov'ero stato e chiederti scusa. È stata una porcheria dimenticarmene.»
«Già,» fece lei. «Ma questo ce l'hai nel carattere, Larry. Credi che me ne sia dimenticata?»
Larry avvampò. «Mamma, ascolta...»
«Sei sporco di sangue. Cos'è, ti ha colpito una spogliarellista con uno slip?» Tornò a girarsi verso gli scaffali, e quando ebbe finito di contare tutta la fila di bottiglie sul ripiano superiore fece un'annotazione sul blocco. «In quest'ultima settimana qualcuno ha fatto sparire due bottiglie di cera per pavimenti,» commentò. «Buon per loro.»
«Sono venuto a chiederti scusa!» ripeté Larry ad alta voce. Lei non sobbalzò, ma lui sì. Un poco.
«Già, me l'hai detto. Mr Geoghan ci piomberà addosso come una tonnellata di mattoni se questa dannata cera non la smette di sparire.»
«Non me lo sono fatto in una rissa in un bar e non sono stato in un locale di spogliarelli. Niente del genere. È stato...» gli mancò la voce.
Lei si girò, con le sopracciglia sollevate in quel vecchio atteggiamento sarcastico che lui ricordava così bene. «È stato?»
«Be'...» non riuscì a escogitare abbastanza in fretta una bugia convincente. «È stata una... ehm... paletta per fritti.»
«Qualcuno ti ha scambiato per un uovo? Deve essere stata una nottata memorabile quella che tu e Buddy avete avuto in città.»
Lui continuava a dimenticare come sua madre fosse capace di fregarlo, lo era sempre stata, lo sarebbe probabilmente sempre stata.
«È stata una ragazza, mamma. Me l'ha tirata addosso.»
«Una bella mira, non c'è che dire,» commentò Alice Underwood prima di girarsi di nuovo. «Quell'accidenti di Consuela ha di nuovo nascosto i moduli di richiesta merce. Non che servano a molto; non arriva mai tutta la roba che ci occorre, mentre ci mandano una quantità di cose di cui non saprei che farmene neppure se la mia vita dipendesse da loro.»
«Mamma, ce l'hai con me?»
Improvvisamente le mani le ricaddero lungo i fianchi. Incurvò le spalle.
«Non essere arrabbiata con me,» mormorò ancora. «D'accordo? Sì?»
Lei si voltò e Larry vide nei suoi occhi uno scintillio innaturale... cioè, ritenne che fosse assai naturale, ma sicuramente non provocato dal neon, e sentì l'igienista orale ripetere ancora una volta, con grande risolutezza: Non sei un ragazzo perbene. Ma perché mai si era preso la briga di tornare a casa se doveva farle cose del genere... e pazienza per quello che faceva lei a lui.
«Larry,» disse lei piano. «Larry, Larry, Larry.»
Per un momento pensò che non avrebbe aggiunto altro; si concesse perfino di sperarlo.
«Tutto qui quello che sai dire? 'Non avercela con me, mamma, ti prego, non essere arrabbiata'? Ti sento alla radio e anche se quella canzone che canti non mi piace sono fiera che sia tu a cantarla. La gente mi chiede se quello è proprio mio figlio e io rispondo che sì, è proprio Larry. E aggiungo che sei sempre stato bravo a cantare, e questa non è una bugia, no?»
Larry scosse la testa mestamente, non fidandosi della sua voce.
«Racconto di quando avevi preso la chitarra di Donny Roberts, al primo anno del liceo, e che già dopo mezz'ora suonavi meglio di lui, che pure prendeva lezioni da quando era alle elementari. Tu avevi talento, Larry, questo nessuno ha mai dovuto spiegarmelo, e men che meno tu. Devo pensare che te ne rendevi conto anche tu, visto che è l'unica cosa su cui non hai mai fatto lagne. Poi te ne sei andato, e io dovrei forse rinfacciartelo? No. I ragazzi, le ragazze, crescono: se ne vanno via. Così va il mondo. A volte è uno schifo, ma è naturale. Poi ricompari. Qualcuno deve forse spiegarmi il perché? No. Tu ricompari perché, successo o non successo, ti sei invischiato in chissà quale pasticcio laggiù, sulla costa occidentale.»
«Non sono in nessun pasticcio!» esclamò Larry in tono indignato.
«Ma sì. Riconosco i segni. Sono tua madre da tanto tempo, Larry, e non puoi farmela. I guai te li sei sempre andati a cercare, quando non li avevi a portata di mano. A volte penso che cambieresti marciapiede per pestare una merda di cane. Dio mi perdonerà per quello che sto dicendo perché Dio sa che è vero. Sono arrabbiata? No. Sono delusa? Sì. Avevo sperato che laggiù tu cambiassi. Non sei cambiato. Sei partito che eri un bambino in un corpo da uomo e sei ritornato tale e quale, solo che ora l'uomo si fa curare i capelli dal parrucchiere. Lo sai secondo me perché sei tornato a casa?»
Larry la fissava; avrebbe voluto parlare, ma sapeva che l'unica cosa che sarebbe riuscito a dire li avrebbe fatti infuriare tutt'e due: Non piangere, mamma, va bene?
«Secondo me sei tornato a casa perché non sapevi dove altro andare. Non sapevi chi altro ti avrebbe accolto. Io non ho mai detto una sola parola contro di te a nessuno, Larry, neppure a mia sorella ma, visto che mi ci tiri per i capelli, ti dirò esattamente che cosa penso di te. Penso che tu sei un approfittatore. Lo sei sempre stato. È come se Dio avesse lasciato fuori una parte quando ti ha formato dentro di me. Non sei cattivo, non dico questo. In alcuni dei posti dove siamo stati costretti a vivere quando è morto tuo padre, saresti finito male se ci fosse stato del male in te, Dio lo sa. Posso dire che la cosa peggiore che ti ho scoperto a fare è stato quando hai scritto quella parolaccia sul muro di quella casa di Carstairs Avenue a Queens. Te lo ricordi?»
Se lo ricordava. Quella stessa parola gliel'aveva scritta sulla fronte con il gesso e poi l'aveva costretto a fare il giro dell'isolato con lei per tre volte. Da allora non aveva mai scrìtto quella o nessun'altra parola su nessun altro muro.
«La cosa peggiore, Larry, è che le tue intenzioni sono buone. A volte penso che sarebbe quasi una grazia se tu fossi venuto su peggio. Così, sembra che tu capisca che cosa va male senza sapere come porvi rimedio. E non lo so nemmeno io. Ho cercato in tutti i modi, in tutti i modi che conoscevo io,




