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    3

    di Pinky (11/10/2007 - 12:54)

    3

     

    Norm Bruett si svegliò alle dieci e un quarto del mattino per il fracasso dei ragazzini che litigavano davanti alla finestra della camera da letto e per la musica country della radio in cucina.

    Andò alla porta sul retro con indosso solo le mutande penzolanti e la ca­nottiera, la spalancò e urlò: «Piantatela di urlare, bambini!»

    Un attimo di pausa. Luke e Bobby staccarono lo sguardo dalla vecchia carriola arrugginita per la quale stavano litigando. Come sempre, quando guardava i suoi figli, Norm si sentì combattuto e diviso: gli faceva male al cuore vederli indossare panni smessi da altri e regalati dall'Esercito della Salvezza, come quelli che si vedevano indosso ai negretti del quartiere orientale di Arnette; e in pari tempo era travolto da uno squassante impeto di collera, che gli dava la voglia di precipitarsi fuori e suonargliele di santa ragione.

    «Sì, papà,» disse Luke docile. Aveva nove anni.

    «Sì, papà,» gli fece eco Bobby. Ne aveva sette, andava per gli otto.

    Norm li fulminò con lo sguardo, poi sbatté la porta. Restò lì un momento, osservando indeciso il mucchio di indumenti che aveva indossato il giorno prima. Giacevano ai piedi del malandato letto matrimoniale, dove li aveva lasciati cadere.

    Brutta troia, pensò. Non ha neppure appeso la mia roba.

    «Lila!» abbaiò.

    Non ebbe risposta. Pensò di spalancare di nuovo la porta e domandare a Luke dove diavolo fosse andata a cacciarsi. Non ci sarebbe stata una distri­buzione gratuita di roba fino alla prossima settimana, e se Lila era tornata al­l'ufficio di collocamento di Braintree, voleva dire che era anche più cretina di quanto lui pensasse.

    Non si curò di domandarlo ai marmocchi. Era stanco, aveva un mal di te­sta martellante, che gli dava la nausea. Sembravano postumi di una sbornia, ma aveva bevuto solo tre birre giù da Hap, la sera prima. Quell'incidente era stato una cosa tremenda. La donna e la bambina morte nell'auto, l'uomo, quel Campion, spirato mentre lo portavano all'ospedale. Quando Hap era tornato, la stradale era già venuta e andata, e anche il carro attrezzi e il carro delle pompe funebri di Braintree. Vic Palfrey aveva rilasciato alla stradale una dichiarazione a nome di tutti e cinque. L'impresario delle pompe fune­bri, che era anche il coroner della contea, si era rifiutato di avanzare ipotesi sul malessere che poteva aver colpito le vittime.

    «Non si tratta di colera, comunque. E guardatevi bene dallo spaventare la gente dicendo il contrario. Sarà eseguita l'autopsia e saprete i risultati dal giornale.»

    Che stronzo, pensò Norm, rivestendo lentamente i panni del giorno prima. Il mal di testa si stava trasformando in una cosa insopportabile. I marmocchi avrebbero fatto bene a chiudere il becco, altrimenti si sarebbero ritrovati con un paio di braccia rotte per cui strillare. Perché diavolo non an­davano a scuola tutto l'anno?

    Prese in considerazione l'idea di rimboccare la camicia dentro i calzoni, poi decise che probabilmente quel giorno il presidente non sarebbe passato da quelle parti e si trascinò in cucina senza neanche infilarsi le scarpe. Il sole radioso che pioveva dalle finestre a est gli fece strizzare gli occhi.

    La radio malconcia collocata sopra i fornelli cantava:

     

    Ma yeh-yeh-yeh me lo sai dire, proprio tu,

    Pupa, riesci davvero a capire il tuo uomo?

    È un tipo onesto,

    Pupa, riesci davvero a capire il tuo uomo?

     

    A che punto si era arrivati, se dovevano trasmettere rock'n'roll da sporchi negri sulla stazione locale di musica country. Norm spense la radio prima che gli facesse scoppiare la testa. Accanto all'apparecchio c'era un appunto e Norm lo prese, strizzando gli occhi per leggerlo.

     

    Caro Norm,

    Sally Hodges dice che le serve qualcuno per curare i bambini questa mattina e dice che mi darrà un dolaro. Tornerò per l'ora di pranso. C'è salsice se vuoi. Ti amo, tesoro.

    Lila

     

    Norm posò l'appunto e se ne stette lì un momentino a pensarci su, cer­cando di coglierne il significato. Era maledettamente difficile pensare, con quel mal di testa. Curare i bambini... un dollaro. Per la moglie di Ralph Hodges.

    I tre elementi lentamente gli si coagularono nel cervello. Lila se n'era an­data a curare i tre marmocchi di Sally Hodges per guadagnare uno schifoso dollaro, piantandolo in asso con Luke e Bobby. Perdio, erano tempi duri, se uno doveva starsene a casa a pulire il moccio ai figli perché la moglie potesse andare a raggranellare uno schifoso dollaro che sarebbe bastato a stento a comprare tre litri di benzina. Erano tempi duri, cazzo.

    Gli montò dentro una collera sorda, che gli fece dolere ancor di più la te­sta. Ciabattò lentamente fino al frigorifero, comprato quando guadagnava bene facendo gli straordinari, e lo aprì. I ripiani erano quasi tutti vuoti, tranne che per gli avanzi che Lila aveva riposto nei contenitori. Norm dete­stava quegli oggettini di plastica. Fagioli avanzati, mais avanzato, una man­ciata di chili... niente che facesse venir voglia di mangiare. Non c'era proprio niente lì dentro, fuorché quei piccoli contenitori e tre salsiccette rinsecchite avvolte nella pellicola trasparente. Si chinò a guardar dentro più da vicino, la solita rabbia impotente accompagnata questa volta dal sordo dolore pul­sante alla testa. Non aveva voglia di mangiare, comunque. Stava malissimo, a ben pensarci.

    Si accostò ai fornelli, strofinò un fiammifero sul pezzo di carta vetrata in­chiodata al muro, accese il bruciatore sul davanti e mise il caffè sul fuoco. Poi si sedette e attese fiaccamente che bollisse. Poco prima del bollore, do­vette estrarre il moccichino dalla tasca posteriore dei calzoni per bloccare un violento starnuto umido. Mi sta venendo il raffreddore, pensò. Che bellezza, ci mancava solo questo. Ma non gli passò neppure per la mente l'idea del muco che colava dal naso di quel Campion, la sera prima.

     

    Hap era nella buca dell'officina ad applicare un tubo di scappamento nuovo alla Scout di Tony Leominster e Vic Palfrey se ne stava seduto su una seggiolina pieghevole a osservarlo, bevendo una Dr Pepper, quando squillò il campanello all'ingresso.

    Vic strizzò gli occhi. «È la stradale,» disse. «Mi sembra tuo cugino. Joe Bob.»

    «E va bene.»

    Hap uscì da sotto la Scout, pulendosi le mani con uno straccio appallotto­lato. Mentre attraversava l'ufficio starnutì con violenza. Odiava i raffreddori estivi. Erano i peggiori.

    Joe Bob Brentwood, che era alto quasi due metri, se ne stava ritto accanto all'autopattuglia a fare il pieno. Alle sue spalle, le tre pompe che Campion aveva abbattuto la sera prima erano allineate ordinatamente come soldati caduti.

    «Ehi, Joe Bob!» esclamò Hap uscendo.

    «Hap, figlio di puttana,» rispose Joe Bob, mettendo la maniglia della pompa sull'automatico e scavalcando il tubo. «Sei fortunato che questo po­sto sia ancora in piedi, stamattina.»

    «Merda. Stu Redman ha visto quel tizio arrivare e ha staccato le pompe. C'è stata una quantità di scintille, però.»

    «Sei comunque maledettamente fortunato. Sta' a sentire, Hap. Sono ve­nuto per qualcos'altro, oltre che per fare il pieno.»

    «Sì?»

    Lo sguardo di Joe Bob si spostò su Vic, che si teneva ritto sulla porta della stazione di servizio. «Ieri sera c'era anche quel vecchio balordo?»

    «Chi? Vic? Sì, viene qui quasi ogni sera.»

    «È capace di tenere la bocca chiusa?»

    «Sicuro, rispondo io. È un brav'uomo.»

    Il pulsante dell'alimentazione automatica scattò. Hap strizzò benzina per altri venti cent, poi riagganciò il beccuccio alla pompa e la fermò. Tornò da Joe Bob.

    «Allora, com'è la storia?»

    «Be', entriamo. Suppongo che dovrebbe sentire anche il vecchio. E ap­pena puoi dovresti telefonare a tutti gli altri che erano presenti.»

    Attraversarono lo spiazzo asfaltato ed entrarono nell'ufficio.

    «Buongiorno, agente,» disse Vic.

    Joe Bob abbozzò un cenno con il capo.

    «Caffè, Joe Bob?» domandò Hap.

    «Credo di no.» Li guardò con insistenza. «Il fatto è che non so se i miei su­periori sarebbero contenti di sapere che sono venuto qui. Così, quando ver­ranno quegli altri, non ditegli che ve l'ho raccontato. Va bene?»

    «Quali altri, agente?» domandò Vic.

    «Quelli della Sanità,» precisò Joe Bob.

    Vic esclamò: «Oh, Gesù, allora era colera. Lo sapevo.»

    Hap spostò lo sguardo dall'uno all'altro. «Joe Bob?»

    «Io non so niente,» dichiarò Joe Bob, lasciandosi cadere su una delle seggioline di plastica. Le ginocchia ossute gli arrivavano quasi al collo. Cavò un pacchetto di Chesterfield dalla tasca della giubba e ne accese una. «Finnegan, il coroner...»

    «Le arie che si dà quello,» interruppe Hap con veemenza. «Avresti dovuto vederlo entrare qua dentro impettito, tappando la bocca a tutti e via discor­rendo.»

    «È pieno di merda fino agli occhi,» convenne Joe Bob. «Be', ha chiamato a consulto il dottor James perché desse un'occhiata a quel Campion e poi tutt'e due hanno convocato un altro dottore che non conosco. Poi hanno te­lefonato a Houston. E verso le tre della mattina sono arrivati in quel piccolo aeroporto alla periferia di Braintree.»

    «Chi è arrivato?»

    «Dei patologi. Tre. E sono rimasti dentro a studiare il cadavere fin verso le otto. Poi hanno telefonato al Centro malattie infettive di Atlanta e quelli ar­riveranno qui oggi pomeriggio. Ma intanto hanno detto che arriveranno an­che quelli del ministero della Sanità per visitare tutti quelli che erano pre­senti alla stazione di servizio ieri sera, e quelli che hanno viaggiato sull'am­bulanza fino a Braintree. Io non so, ma mi sembra che abbiano intenzione di mettervi in quarantena.»

    «Gesù,» disse Hap spaventato.

    «Il Centro malattie infettive di Atlanta è un ente federale,» intervenne Vic. «Hanno forse intenzione di spedire quaggiù un aereo carico di federali solo per un caso di colera?»

    «Non ne ho idea,» fece Joe Bob. «Però ho pensato che voialtri aveste il di­ritto di saperlo. Da quel che ho sentito, avete solo cercato di dare una mano.»

    «Te ne siamo grati, Joe Bob,» disse lentamente Hap. «Che cosa hanno detto James e quell'altro dottore?»

    «Non molto. Però sembravano spaventati. Non ho mai visto un dottore con l'aria tanto spaventata. Non mi è piaciuto per niente.»

    Calò un pesante silenzio. Joe Bob si accostò al distributore delle bevande e si prese una bottiglietta di Sprite. Quando fece saltare il tappo si udì il lieve sfrigolio del gas. Joe Bob si rimise a sedere e Hap sfilò un kleenex dalla sca­tola accanto al registratore di cassa, si soffiò il naso che gli colava e ficcò il fazzoletto di carta ripiegato nella tasca della tuta unta e bisunta.

    «Che cosa avete scoperto su Campion?» domandò Vic. «Qualcosa di inte­ressante?»

    «Stiamo ancora controllando,» rispose Joe Bob dandosi un po' d'impor­tanza. «Dai documenti risulta che era di San Diego, ma perlopiù la roba che aveva nel portafogli era scaduta da due o tre anni. Anche la patente era sca­duta. Aveva una Bank Americard emessa nel 1986, pure questa scaduta. Poi aveva una tessera dell'esercito, così abbiamo chiesto informazioni a loro. Il capitano ha l'impressione che Campion non abitasse a San Diego da almeno quattro anni.»

    «Assente senza permesso?» domandò Vic. Estrasse un fazzolettone rosso, scatarrò e ci sputò dentro.

    «Ancora non si sa. Ma dalla tessera dell'esercito risulta che doveva pre­stare servizio fino al 1997, però era in borghese e in compagnia dei suoi fa­miliari, ed era un bel po' lontano dalla Califomia; secondo me scappava.»

    «Be', mi metterò in contatto con gli altri per riferirgli quello che hai detto,» disse Hap. «Tante grazie.»

    Joe Bob si alzò. «Bene. Solo, non fare il mio nome. Non voglio perdere il posto. I tuoi amici non c'è bisogno che sappiano chi ti ha informato, no?»

    «No,» fece Hap, subito imitato da Vic.

    Mentre Joe Bob si avviava alla porta, Hap aggiunse in tono di scusa: «Fanno cinque dollari per la benzina, Joe Bob. Non vorrei proprio fartela pagare, ma visto come vanno le cose...»

    «Certo, certo.» Joe Bob gli tese la carta di credito. «Paga lo stato. E io avrò la ricevuta per dimostrare perché sono venuto qui.»

    Mentre compilava il tagliando, Hap starnutì due volte.

    «Sarà bene che ti curi,» commentò Joe Bob. «Non c'è niente di peggio di un raffreddore estivo.»

    «Figurati se non lo so,» convenne Hap.

    Improvvisamente, alle loro spalle, Vic disse: «Forse non è un raffreddore.»

    Si girarono a guardarlo. Vic sembrava spaventato.

    «Stamattina mi sono svegliato starnutendo e scaracchiando a più non posso,» spiegò Vic. «Avevo anche un tremendo mal di testa. Adesso in parte è sparito, però sono ancora pieno di catarro. Forse ce la stiamo beccando an­che noi. La malattia che aveva Campion. Di cui è morto.»

    Hap lo guardò per un lungo istante e, mentre stava per spiegare tutte le ra­gioni per cui la cosa non era possibile, starnutì di nuovo.

    Joe Bob li osservò entrambi con aria grave per un momento, poi consi­derò: «Sai, non sarebbe una cattiva idea chiudere il distributore, Hap. Ma­gari solo per oggi.»

    Hap lo guardò, spaventato e si sforzò di ricordare quali erano tutte quelle ragioni: non gliene venne in mente neanche una. L'unica cosa che riusciva a ricordare era che si era svegliato anche lui con il mal di testa e il naso che co­lava. Be', un raffreddore di tanto in tanto lo prendono tutti. Però, prima che comparisse quel Campion stava benissimo. Proprio bene.

     

    I tre bambini Hodges avevano rispettivamente sei anni, quattro anni e di­ciotto mesi. Le due più piccole facevano un sonnellino, mentre il maggiore era fuori in giardino a scavare una buca. Lila Bruett se ne stava nel soggiorno a guardare una telenovela. Sperava che Sally non rientrasse prima della fine della puntata. Ralph aveva comprato un grosso televisore a colori quando le cose ad Arnette andavano bene e a Lila piaceva guardare i teleromanzi del pomeriggio a colori. Sembrava tutto molto più bello.

    Tirò una boccata dalla sigaretta ed esalò il fumo ansimando, colta da una tosse stizzosa. Andò in cucina e sputò giù per il tubo di scarico un grumo di catarro. Si era svegliata con la tosse e per tutto il giorno era stato come se qualcuno la solleticasse in fondo alla gola con una piuma.

    Tornò nel soggiorno dopo aver sbirciato dalla finestra per assicurarsi che Bert Hodges giocasse tranquillamente. La televisione ora trasmetteva la pub­blicità: un balletto di due flaconi di detergente per la tazza del gabinetto. Lila lasciò vagare lo sguardo per la stanza, desiderando di avere anche lei una casa così bella. Sally aveva la passione di dipingere immagini di Cristo seguendo uno schema numerato, immagini che ora, chiuse in graziose cor­nici, tappezzavano le pareti del soggiorno. A Lila piaceva soprattutto quella grande dell'Ultima Cena che faceva da sfondo al televisore; aveva richiesto sessanta diverse sfumature di colore a olio, le aveva detto Sally, e quasi tre mesi di lavoro per eseguirlo. Era una vera opera d'arte.

    Proprio mentre riprendeva il teleromanzo, la piccola Cheryl si mise a piangere, uno sgradevole strillo ululante, rotto da scoppi di tosse.

    Lila spense la sigaretta e si precipitò in camera da letto. Eva, la bambina di quattro anni, dormiva ancora sodo, ma Cheryl giaceva supina nella culla e il faccino aveva assunto un allarmante colorito paonazzo. Le sue grida comin­ciavano a suonare strozzate.

    Lila, che non aveva paura dell'influenza, dato che aveva assistito più di una volta i suoi due figli, sollevò la piccola per i talloni e le diede degli ener­gici colpetti sulla schiena. Non aveva la più pallida idea se il dottor Spock raccomandasse o meno quel tipo di trattamento, perché non l'aveva mai letto. Con la piccola Cheryl funzionò come si deve. La bimba emise una sorta di gracidio e all'improvviso sputò sul pavimento una sorprendente massa di muco giallastro.

    «Va meglio?» domandò Lila.

    «Sci,» rispose la piccola Cheryl. Si era quasi riaddormentata.

    Lila pulì il pavimento con un kleenex. Non ricordava di aver mai visto un bambino piccolo tirar su tanto muco tutto in una volta.

    Si risedette a guardare il teleromanzo, aggrottando la fronte. Si accese un'altra sigaretta. Alla prima boccata starnutì, poi attaccò a tossire.

     

    2

    di Pinky (11/10/2007 - 12:53)

     

    C'era un lungo molo di pietra che si allungava nell'Atlantico dalla spiaggia pubblica di Ogunquit, nel Maine. Oggi le rammentava un grigio dito accusa­tore e, quando posteggiò l'auto al parcheggio pubblico, Frannie Goldsmith scorse Jess seduto all'estremità del molo, vaga sagoma nel sole pomeridiano. Sopra di lui roteavano e stridevano i gabbiani, un paesaggio animato, e Fran­nie si domandò se un gabbiano avrebbe mai osato guastarlo, lasciando ca­dere uno schizzo bianco sull'impeccabile camiciotto di tela blu di Jess Rider. Dopotutto, Jess era poeta di professione.

    Sapeva che si trattava di Jess perché la sua bicicletta da corsa era incate­nata alla ringhiera di ferro che correva dietro la baracca del custode del par­cheggio. Gus, un pancione quasi calvo che era una figura ben nota della cittadina, stava uscendo per venirle incontro. La tariffa per i turisti era di un dollaro a macchina, ma Gus sapeva che Frannie abitava in città senza biso­gno di guardare l'adesivo con la scritta RESIDENTE appiccicato in un angolo del parabrezza della Volvo. Fran ci veniva molto spesso.

    Sicuro che ci vengo, pensò Fran. Infatti sono rimasta incinta proprio lag­giù, sulla spiaggia, un tre metri e mezzo più su del limite dell'alta marea. Caro Grumo, sei stato concepito sulla costa panoramica del Maine, un tre metri e mezzo più su del limite dell'alta marea e una ventina di metri a est del frangiflutti. C'è una X che segna il punto esatto.

    Gus levò la mano in un segno di pace al suo indirizzo. «Il suo ragazzo è giù in fondo al molo, Miss Goldsmith.»

    «Grazie, Gus. Come vanno gli affari?»

    Lui accennò sorridendo al parcheggio. C'erano sì e no una ventina di au­tomobili in tutto e Fran vide che perlopiù recavano l'adesivo bianco e az­zurro con la scritta RESIDENTE.

    «Non c'è molto traffico in questa stagione,» rispose Gus. Era il 17 giugno. «Ma aspetti un paio di settimane, e in città arriveranno un po' di soldi.»

    «Ci credo. Se non li intasca tutti lei.»

    Gus rise e rientrò nella baracca.

    Frannie appoggiò un braccio al metallo tiepido dell'auto, si sfilò le scarpe da ginnastica e calzò un paio di infradito di gomma. Era una ragazza alta, con i capelli castani che le arrivavano a metà schiena sopra il camicione giallo aranciato. Un bel corpo. Lunghe gambe che attiravano occhiate di ammirazione. Merce di prima scelta, era l'espressione esatta in gergo studen­tesco, credeva. Guarda-guarda-guarda arriva la bernarda. Miss Università 1990.

    A questo punto non poté fare a meno di ridere di sé, una risata venata da un'ombra di amarezza. Ti stai comportando, si disse, come se fosse la notizia più importante del mondo. Capitolo sesto: Hester Prynne reca la notizia del­l'imminente arrivo di Pearl al reverendo Dimmesdale. Solo che non si trat­tava di Dimmesdale, bensì di Jess Rider, vent'anni, uno di meno della No­stra Eroina, la Piccola Fran. Era un poeta di professione laureando all'uni­versità. Lo si capiva dall'impeccabile camiciotto di tela blu.

    Frannie indugiò ai limiti della sabbia, sentendo il piacevole calore cuo­cerle le piante dei piedi anche attraverso i sandali di gomma. La sagoma al­l'estremità del molo continuava a tirare sassolini nell'acqua. I pensieri di Fran in parte la divertivano e in parte la sgomentavano. Jess sa bene che aria ha, là in fondo, pensò. Lord Byron, solo ma impavido. Seduto in perfetta so­litudine a guardare il mare che porta lontano, lontano, fin dove si trova l'In­ghilterra. Ma io esule, non potrei mai...

    Oh, quante balle!

    Non era tanto quel pensiero a turbarla, quanto il fatto che era un sintomo del suo stato d'animo. Il giovanotto che supponeva di amare se ne stava se­duto immobile laggiù e lei rimaneva lì in piedi a farne la caricatura a sua in­saputa.

    Si avviò lungo il molo, procedendo con grazia guardinga sui ciottoli e le crepe. Era un vecchio molo che un tempo faceva parte di una diga foranea. Ora la maggior parte delle imbarcazioni ormeggiava all'estremità sud della città, dove c'erano tre porticcioli e sette rumorosi motel che facevano affari d'oro per tutta l'estate.

    Avanzò lentamente, facendo del suo meglio per tener testa all'idea che poteva essersi disamorata di lui nel giro degli undici giorni dal momento stesso in cui aveva appreso di essere «un po' incinta», per usare le parole di Amy Lauder. Be', era stato lui a metterla in quelle condizioni, no?

    Ma non era stata tutta colpa sua, questo era certo. E pensare che prendeva la pillola. La cosa più semplice del mondo. Si era recata all'infermeria dell'u­niversità, aveva detto al medico che aveva mestruazioni dolorose e tutta una serie di imbarazzanti eruzioni cutanee e il dottore le aveva scritto la ricetta. In sostanza, le aveva dato un mese di pillole gratis.

    Tornò a fermarsi, già a buon punto sull'acqua, ora, con le onde che co­minciavano a frangersi in direzione della riva a destra e a sinistra. Le venne in mente che i medici dell'infermeria con tutta probabilità sentivano parlare di mestruazioni dolorose e di foruncoli quasi altrettanto spesso di quanto i farmacisti si sentissero dire: devo comprare questi preservativi per mio fra­tello. Magari anche più spesso, di questi tempi. Tanto sarebbe valso che fosse andata da lui e gli avesse detto: «Mi dia la pillola. Devo scopare.» Era maggiorenne. Perché vergognarsene? Osservò la schiena di Jess e sospirò. La timidezza finisce con il diventare un sistema di vita. Si rimise in cammino.

    La pillola, comunque, non aveva funzionato. Si vede che qualcuno del controllo qualità del vecchio stabilimento Ovril si era addormentato sui pul­santi. O così, oppure si era dimenticata lei di prenderla una volta, e poi si era dimenticata di essersene dimenticata.

    Gli si avvicinò in punta di piedi e gli posò le mani sulle spalle.

    Jess, che teneva i sassolini nella sinistra e li lasciava cadere nel Padre Atlantico con la destra, lanciò un gridò e balzò in piedi. I ciottoli si sparsero per ogni dove, e per poco Jess non fece volare Frannie dal molo dentro l'ac­qua. Rischiò di finirci anche lui, a capofitto.

    Fran si mise a ridacchiare in maniera irrefrenabile e arretrò coprendosi la bocca con le mani mentre lui si girava infuriato, robusto giovanotto dai ca­pelli neri, gli occhiali cerchiati d'oro e tratti regolari che, con sommo disagio di Jess, non avrebbero mai rispecchiato la sensibilità che albergava in lui.

    «Mi hai messo una paura da morire!» tuonò.

    «Oh, Jess,» ridacchiò Fran. «Oh, Jess, scusami, ma è stato così buffo, sul serio.»

    «Per poco non siamo finiti in acqua,» fece lui, muovendo risentito un passo verso la ragazza.

    Per mantenere le distanze, Fran mosse un passo indietro, inciampò in un sasso e piombò a sedere di schianto. Le mascelle le si chiusero, imprigio­nando la lingua, oh, squisito dolore! e Fran smise di ridacchiare come se quel suono fosse stato troncato di netto con un coltello. Già solo il fatto del suo improvviso silenzio (mi spegni, come una radio) le parve la cosa più buffa del mondo e riattaccò a ridere, nonostante le sanguinasse la lingua e lacrime di dolore le traboccassero dagli occhi.

    «Stai bene, Frannie?» Si accovacciò accanto a lei, preoccupato.

    Lo amo, pensò Fran con una punta di sollievo. Buon per me.

    «Ti sei fatta male, Fran?»

    «È rimasto ferito solo il mio orgoglio,» disse lei permettendogli di aiutarla a rialzarsi. «E mi sono morsa la lingua. Vedi?» gliela mostrò, aspettandosi in premio un sorriso e invece Jess si accigliò.

    «Gesù, Fran, ma sanguini sul serio.» Cavò un fazzoletto dalla tasca poste­riore e lo guardò con espressione dubbiosa, poi lo rimise via.

    Alla mente di Fran si profilò la visione di loro due che tornavano al par­cheggio tenendosi per mano, giovani innamorati sotto un sole estivo, lei con il fazzoletto di Jess ficcato in bocca. Solleva la mano all'indirizzo del sorri­dente, bonario custode, fa: «Salve, Gus,» spiccicando a fatica le parole.

    Si rimise a ridacchiare, anche se la lingua le faceva male e avvertiva in bocca un sapore di sangue un tantino nauseabondo.

    «Girati dall'altra parte,» disse compassata. «Farò una cosa assai poco da si­gnora.»

    Abbozzando un sorrisetto, Jess si coprì ostentatamente gli occhi. Appog­giandosi a un braccio, Fran sporse la testa dal molo e sputò: rosso acceso. Ancora. E ancora. Alla fine le parve di essersi ripulita la bocca, si voltò e lo vide sbirciarla tra le dita.

    «Scusami,» disse. «Mi sento così stupida.»

    «Ma no,» fece Jess, che ovviamente pensava il contrario.

    «E se andassimo a prendere un gelato?» domandò Fran. «Guida tu. Pago io.»

    «Accettato.» Si alzò in piedi e l'aiutò a sollevarsi. Lei tornò a sputare in acqua. Rosso vivo.

    Con un pizzico di apprensione, Fran gli domandò: «Mica me ne sarò tran­ciata un pezzo, no?»

    «Non lo so,» rispose allegramente Jess. «Ti è parso di inghiottire qual­cosa?»

    Fran, nauseata, si portò una mano alla bocca. «C'è poco da scherzare.»

    «No. Scusami. Te la sei solo morsa, Frannie.»

    «Ci sono arterie nella lingua?»

    Ora tornavano lungo il molo, tenendosi per mano. Fran si fermava di tanto in tanto a sputare in acqua. Rosso vivo. Non aveva la minima inten­zione di ingoiare quella roba, no, no di sicuro.

    «No.»

    «Bene.» Gli strinse la mano e gli rivolse un sorriso rassicurante. «Sono in­cinta.»

    «Davvero? Benone. Sai chi ho visto a Port...»

    Si fermò e la fissò, la faccia di colpo dura e molto, molto guardinga. A Fran si spezzò un po' il cuore, leggendovi tanta circospezione.

    «Che cos'hai detto?»

    «Sono incinta.» Gli sorrise radiosa. Poi sputò oltre il bordo del molo. Rosso vivo.

    «Non scherzare, Frannie,» disse Jess, esitante.

    «Non è uno scherzo.»

    Lui continuò a fissarla. Dopo un momento tornarono a incamminarsi. Mentre attraversavano il parcheggio, Gus uscì dalla baracca e li salutò con la mano. Frannie gli restituì il cenno di saluto. Anche Jess.

     

    Si fermarono al Dairy Queen sulla Statale 1. Jess prese una Coca-Cola e se ne stette a sorseggiarla pensieroso al volante della Volvo. Fran si fece ordi­nare un Banana Boat Supreme e si appoggiò con le spalle alla portiera, met­tendo un mezzo metro di distanza tra loro, scucchiaiando granella e sci­roppo di ananas e gelato fatto con le polverine.

    «Sai,» disse, «il gelato di questo posto è più bollitine d'aria che altro. Lo sapevi? C'è un sacco di gente che non lo sa.»

    Jess la guardò, ancora, in silenzio.

    «È la verità,» continuò Fran. «Quelle macchine per fare il gelato in realtà sono solo gigantesche fabbriche di bollitine. È per questo che riescono a vendere il gelato così a buon mercato. Abbiamo fatto una ricerca in merito, al corso di teoria aziendale. Ci sono molti modi per spennare un pollo.»

    Jess la guardò, ancora, in silenzio.

    «Così, se vuoi un vero gelato, devi andare in un posto come una cremeria specializzata, e questo...»

    Scoppiò in lacrime.

    Lui le si avvicinò, scivolando sul sedile e le gettò le braccia al collo. «Fran, non fare così. Ti prego.»

    «Mi sta colando addosso tutto il gelato,» disse lei senza smettere di pian­gere.

    Tornò a comparire il fazzoletto di Jess, che cercò di ripulirla. Nel fiattempo le lacrime di Fran si erano ridotte a qualche rumoretto con il naso.

    «Banana Boat Supreme con sangue,» disse Fran, guardandolo con gli oc­chi arrossati. «Credo che non posso mangiarne più. Scusa, Jess. Ti dispiace buttarlo via?»

    «Dai qua,» disse lui compunto.

    Glielo prese di mano, scese dalla macchina e lo gettò nel bidone della spazzatura. Aveva una camminata buffa, pensò Fran, come se fosse colpito duro nel punto in cui fa male ai ragazzi. In un certo senso, supponeva, era proprio così. Ma a volerla considerare in un altro modo, be', era suppergiù il modo in cui aveva camminato lei dopo che Jess l'aveva sverginata sulla spiaggia. Allora le era parso di avere una grave irritazione alle parti intime. Solo che per un'irritazione alle parti intime non si resta incinta.

    Jess tornò e risalì in auto.

    «Lo sei davvero, Fran?» domandò bruscamente.

    «Lo sono davvero.»

    «Come è accaduto? Credevo che prendessi la pillola.»

    «Be', quel che immagino è: numero uno, qualcuno al controllo qualità del vecchio stabilimento Ovril si è addormentato sui pulsanti quando gli è passato davanti sul nastro trasportatore il mio mucchietto di pillole; o, numero due, a voialtri, alla mensa dell'università del New Hampshire, danno da mangiare qualcosa che rinforza lo sperma; o ancora, numero tre, ho dimenticato di prendere la pillola e poi ho dimenticato che me ne ero dimenticata.»

    Gli rivolse un sorriso duro, sottile, luminoso, dal quale lui si ritrasse ap­pena un po'.

    «Perché ti arrabbi, Fran? Ho fatto solo una domanda.»

    «Allora, per rispondere alla tua domanda in modo diverso, in una tiepida notte di aprile, deve essere stato il dodici, il tredici o il quattordici, hai infi­lato il pene nella mia vagina e hai avuto un orgasmo, eiaculando milioni di spermatozoi...»

    «Piantala,» la interruppe Jess bruscamente. «Non c'è bisogno che...»

    «Che cosa?» Esteriormente impassibile, dentro di sé era sgomenta. In tutte le fantasie in cui si era immaginata come si sarebbe svolta la scena, non l'a­veva mai vista in quel modo.

    «...che ti arrabbi tanto,» terminò Jess mogio mogio. «Non ho intenzione di piantarti in asso.»

    «No,» disse Fran in tono più dolce. A questo punto avrebbe potuto stac­cargli una mano dal volante, tenerla stretta e colmare del tutto la distanza che li separava. E invece non riusciva a costringersi a farlo. Non era proprio il caso di pensare che Jess avesse bisogno di essere consolato, per quanto ta­cito o inconscio fosse tale bisogno. Di colpo, Fran si rese conto che, in un modo o nell'altro, le risa e i momenti lieti erano finiti. Le venne voglia di piangere di nuovo, ma trattenne le lacrime risolutamente. Era Frannie Goldsmith, la figlia di Peter Goldsmith, e non aveva la minima intenzione di starsene lì nel parcheggio del Dairy Queen di Ogunquit a piangere fino a consumarsi gli occhi.

    «Che cosa vuoi fare?» domandò Jess cavando di tasca le sigarette.

    «Che cosa vuoi fare tu

    Jess strofinò uno zolfanello e per un attimo, mentre il fumo della sigaretta saliva verso l'alto, Fran vide con chiarezza un uomo e un ragazzo che lotta­vano per tenere sotto controllo la stessa faccia.

    «Oh, al diavolo,» disse Jess.

    «Ecco le varie possibilità, così come le vedo io,» cominciò Fran. «Pos­siamo sposarci e tenere il bambino, possiamo sposarci e dare il bambino in affidamento. Oppure non ci sposiamo e io tengo il bambino. O ancora non ci sposiamo e...»

    «Frannie...»

    «O ancora, non ci sposiamo e io non tengo il bambino. O potrei abortire. Le ho elencate tutte? Ho lasciato fuori qualcosa?»

    «Frannie, non potremmo semplicemente parlare...»

    «Ma stiamo parlando!» replicò lei con impeto. «Hai avuto la tua occasione e hai detto: 'Oh, al diavolo.' Le tue parole precise. Io mi sono limitata a enu­merare tutte le soluzioni possibili. Naturalmente, no avuto un po' più di tempo per preparare il mio intervento.»

    «Vuoi una sigaretta?»

    «No. Fanno male al bambino.»

    «Frannie, accidenti a te!»

    «Perché urli?» domandò in tono sommesso.

    «Perché tu sembri decisa a fare tutto il possibile per mandarmi in bestia,» replicò Jess con calore. Poi si controllò. «Scusami. È solo che non riesco a pensare che sia colpa mia.»

    «Non ci riesci?» Fran lo guardò, inarcando le sopracciglia. «Ed ecco, una vergine concepirà.»

    «C'è proprio bisogno che tu faccia anche la spiritosa? Ti eri procurata la pillola, dicevi. Ti ho presa in parola. Ho avuto torto?»

    «No. Non hai avuto torto. Però i fatti rimangono come sono,» concluse mestamente Frannie.

    «Suppongo di sì,» ammise tetro e scaraventò fuori dal finestrino la siga­retta fumata solo a mezzo. «Allora, che cosa facciamo?»

    «Continui a domandarmelo, Jess. Io mi sono limitata a indicare le possibi­lità, così come le vedo io. Pensavo che magari ti sarebbe venuta qualche idea. C'è il suicidio, ma a questo punto non lo prenderei in considerazione. Sicché, scegli la possibilità che preferisci e parliamone.»

    «Sposiamoci,» disse Jess con una voce fattasi di colpo risoluta. Aveva l'a­ria di chi abbia deciso che il modo migliore per sciogliere il nodo gordiano è tranciarlo di netto con la spada. Avanti tutta, e chi ha paura si rifugi sottoco­perta.

    «No,» rispose Fran. «Non voglio sposarti.»

    Fu come se fino a quel momento la faccia di Jess fosse stata tenuta as­sieme da una serie di invisibili bulloni e d'un tratto ciascuno di essi fosse stato allentato di un giro e mezzo. Tutto si afflosciò di colpo. La visione fu così crudelmente comica che Fran dovette sfregare la lingua ferita contro il ruvido palato per impedirsi di scoppiare di nuovo a ridacchiare. Non voleva ridere di Jess.

    «Perché no?» domandò lui. «Fran...»

    «Devo pensarci un po' su per scoprire le ragioni. Non intendo lasciarmi coinvolgere da te in una discussione sulle ragioni del mio rifiuto, perché in questo momento non le conosco.»

    «Non mi ami,» l'accusò lui imbronciato.

    «Nella maggior parte dei casi, amore e matrimonio sono condizioni che si escludono a vicenda. Scegli un'altra soluzione.»

    Jess se ne stette zitto per un bel po'. Giocherellò con un'altra sigaretta, ma non l'accese. Alla fine disse: «Non posso scegliere un'altra soluzione, Fran­nie, perché tu non vuoi discutere. Tu vuoi solo segnare punti a mio svantag­gio.»

    Questo la colpì un tantino. Fece segno di sì con la testa. «Forse hai ra­gione. Nelle ultime due settimane ne ho persi alcuni, di punti. Ora tu, Jess, sali sempre in cattedra. Se un teppista ti assalisse con un coltello, saresti ca­pace di organizzare un seminario di studio lì per lì.»

    «Oh, per l'amor di Dio.»

    «Scegli un'altra soluzione.»

    «No. Ti sei già preparata tutte le risposte possibili. Forse ho bisogno an­ch'io di un po' di tempo per pensarci su.»

    «Va bene. Torniamo al parcheggio? Ti accompagno e vado a fare qualche commissione.»

    Jess la fissò allibito. «Frannie, sono venuto fin qui in bicicletta da Portland. Ho prenotato una stanza in un motel fuori città. Pensavo che avremmo passato il fine settimana insieme.»

    «Nella tua stanza al motel. No, Jess, la situazione è cambiata. Rimettiti in sella alla tua bici da corsa e pedala fino a Portland e fatti vivo quando ci avrai pensato su. Non c'è fretta.»

    «Piantala di sfottermi, Fran.»

    «No, Jess, sei stato tu che hai fottuto me,» ribatté lei beffarda in un improvviso scoppio di collera, e fu allora che lui le affibbiò un leggero manro­vescio sulla guancia.

    Poi la fissò, sbalordito.

    «Scusami, Fran.»

    «Accetto le scuse,» disse lei con voce incolore. «Metti in moto.»

     

    Durante il tragitto di ritorno al parcheggio della spiaggia pubblica non parla­rono. Fran sedeva con le mani strette in grembo osservando le fette di oceano che si intravedevano fra una villetta e l'altra a ovest del frangiflutti. Avevano l'aria di squallidi appartamenti di periferia, pensò. A chi apparte­nevano quelle case, perlopiù ancora con le imposte sprangate in faccia all'e­state che sarebbe iniziata ufficialmente tra meno di una settimana? A profes­sori del Massachusetts Institute of Technology. A medici di Boston. Ad av­vocati di New York. Quelle case non erano le vere grandi magioni, le ville della costa che appartenevano a gente con patrimoni di sette od otto zeri. Ma quando le famiglie proprietarie vi si fossero installate, il quoziente di in­telligenza più basso sulla litoranea sarebbe stato quello di Gus, il custode del parcheggio. I ragazzi avrebbero avuto biciclette da corsa come quelle di Jess. Avrebbero ostentato espressioni annoiate e se ne sarebbero andati con i ge­nitori a mangiare aragosta per cena e ad assistere agli spettacoli del teatro di Ogunquit. Avrebbero bighellonato su e giù per la strada principale, camuffandosi dopo il tenue crepuscolo estivo da gente comune. Fran continuava a osservare dal finestrino gli stupendi lampi di cobalto tra le case vicinissime una all'altra, accorgendosi che la visione si andava offuscando per un nuovo velo di lacrime. La bianca nuvoletta che piangeva.

    Arrivarono al parcheggio e Gus li salutò con la mano. Ricambiarono il sa­luto.

    «Mi dispiace di averti dato lo schiaffo, Frannie,» disse Jess con voce som­messa. «Non ne avevo intenzione.»

    «Lo so. Torni a Portland?»

    «Passerò la notte qui e ti telefono in mattinata. Però dipende da te, Fran. Sai, se decidi che la soluzione giusta è l'aborto, metterò insieme il denaro ne­cessario.»

    «Stai scherzando?»

    «No,» rispose Jess. «Per niente.» Scivolò sul sedile e le diede un bacio ca­sto. «Ti amo, Fran.»

    Non ci credo, pensò Fran. Di colpo, non ci credo minimamente... ma farò buon viso a cattivo gioco. Fin qui posso arrivarci.

    «Va bene,» rispose in tono pacato.

    «Sono al Motel del Faro. Chiamami, se vuoi.»

    «D'accordo.» Scivolò al volante, sentendosi di colpo stanchissima. Le do­leva terribilmente la lingua dove se l'era morsicata.

    Jess raggiunse il punto in cui aveva incatenato la bicicletta alla ringhiera, poi tornò ad accostarsi alla macchina. «Vorrei che mi telefonassi, Fran.»

    Lei abbozzò un sorriso forzato. «Vedremo, Jess.»

    Fran ingranò la marcia della Volvo, girò e attraversò il parcheggio, uscendo sulla litoranea. Scorgeva Jess ancora ritto accanto alla sua bici, con il mare alle spalle e, per la seconda volta quel giorno, lo accusò mental­mente di sapere con esattezza il quadro che formava. Questa volta, anziché esserne irritata, si sentì un po' triste. Tirò avanti, domandandosi se il mare le sarebbe mai apparso come le era apparso prima che accadesse tutto quello. La lingua le faceva un male tenibile. Abbassò il finestrino e sputò saliva bianca, tutto bene questa volta. Fiutò l'acuto sentore salmastro del mare, amaro come le lacrime.

    Libro Primo-Captain Trips16 giugno - 4 luglio 1990

    di Pinky (09/10/2007 - 18:48)

    Ho telefonato al dottore

    Ho detto dottore, dottore, la prego,

    Ho una strana sensazione, di barcollare e vacillare,

    Mi dica, che cosa può essere?

    Che sia una nuova malattia?

     

    THE SYLVERS

     

    Pupa, riesci davvero a capire il tuo uomo?

    È un tipo onesto,

    Pupa, riesci davvero a capire il tuo uomo?

     

    LARRY UNDERWOOD

     

    1

     

    La stazione di servizio Texaco di Hapscomb si trovava sulla Statale 93 ap­pena a nord di Arnette, un paesotto con quattro strade in tutto, a centottanta chilometri circa da Houston. Quella sera c'erano i soliti clienti, seduti accanto alla cassa a bere birra, a chiacchierare del più e del meno, a guardare i moscerini che sciamavano intorno alla grande insegna accesa.

    Era la stazione di servizio di Bill Hapscomb, per cui gli altri si rimettevano al suo parere, anche se Bill era un perfetto idiota. Si sarebbero aspettati la stessa considerazione nei loro riguardi se si fossero radunati in uno dei ri­spettivi esercizi. Solo che nessuno di loro possedeva un esercizio. Erano tempi duri, ad Arnette. Nel 1980 in paese c'erano due industrie, una cartiera che fabbricava perlopiù articoli per picnic e barbecue e uno stabilimento che produceva calcolatrici elettroniche. Ora la cartiera era chiusa e la fabbrica di calcolatrici andava malissimo: riuscivano a fabbricarle molto più a buon mercato a Taiwan, si era scoperto, proprio come succedeva per i televisori portatili e le radioline a transistor.

    Norman Bruett e Tommy Wannamaker, che un tempo lavoravano alla cartiera, dipendevano ormai dalla pubblica assistenza, avendo da tempo perso il diritto al sussidio di disoccupazione. Henry Carmichael e Stu Redman lavoravano alla fabbrica di calcolatrici, ma di rado facevano più di trenta ore la settimana. Victor Palfrey era in pensione e fumava puzzolenti sigarette di fabbricazione casalinga, che erano tutto ciò che si poteva permet­tere.

    «Ora, quello che penso io è questo,» disse loro Hap, posandosi le mani sulle ginocchia e chinandosi in avanti. «Dovrebbero solo mandare a fare in culo questa merda di inflazione. Mandare a fare in culo questa merda di de­bito nazionale. Ci sono le presse e c'è la carta. Stampiamo cinquanta milioni di biglietti da mille dollari e, Cristo santo, mettiamoli in circolazione.»

    Palfrey, che aveva fatto il meccanico specializzato fino al 1984, era l'u­nico tra i presenti ad avere sufficiente rispetto di sé per ribattere alle dichia­razioni più palesemente imbecilli di Hap. Così, arrotolandosi un'altra delle sue merdose sigarette, disse: «Non risolverebbe niente. Se fanno una cosa del genere, finirà come a Richmond negli ultimi due anni della guerra di Seces­sione. A quei tempi, se uno voleva un pezzo di panpepato, dava al panet­tiere un dollaro dei confederati e il panettiere lo piazzava sul panpepato e ne tagliava un pezzo della misura della banconota. I soldi sono solo carta, sa­pete?»

    «Conosco qualcuno che non è d'accordo con te,» replicò acido Hap. Prese dalla scrivania una cartellina bisunta di plastica rossa. «Sono in debito con questa gente. E quelli cominciano a farsi prendere dalle smanie.»

    Stu Redman, che era forse l'uomo più taciturno di Arnette, se ne stava se­duto in una delle malandate poltroncine di plastica Woolco, una lattina di Pabst in mano, lo sguardo fisso sulla Statale 93, oltre il finestrone della sta­zione di servizio. Stu ne sapeva parecchio sulla miseria. Era cresciuto nella miseria, lì in paese, figlio di un dentista che era morto quando lui aveva sette anni, lasciando la moglie e altri due figli.

    Sua madre aveva trovato lavoro al Red Ball Truck Stop appena fuori Ar­nette; Stu avrebbe potuto vederlo da dove se ne stava seduto ora, se nel 1979 non fosse andato distrutto in un incendio. Lo stipendio bastava a sfa­marli tutti e quattro, ma nient'altro. A nove anni, Stu si era cercato un la­voro, prima per Rog Tucker, il padrone del Red Ball, dando una mano dopo la scuola a scaricare i camion per trentacinque cent l'ora, e poi ai macelli della vicina cittadina di Braintree, mentendo sull'età che aveva per ottenere venti spossanti ore di lavoro la settimana al minimo della paga.

    Ora, mentre ascoltava Hap e Vic Palfrey blaterare di denaro e della sua misteriosa tendenza a prosciugarsi, Stu pensò a come da principio gli sangui­navano le mani a forza di trascinare i carretti carichi di pelli e budella. Aveva cercato di tenerlo nascosto alla madre, ma lei se n'era accorta dopo meno di una settimana. Ci aveva fatto sopra un pianterello, e dire che non era facile alle lacrime. Però non gli aveva chiesto di lasciare il lavoro. Sapeva valutare la situazione. Era realista.

    Il mutismo di Stu derivava in parte dal fatto che non aveva mai avuto amici, né il tempo per farsene. C'era la scuola e poi c'era il lavoro. Il fratello minore, Dev, era morto di polmonite l'anno in cui Stu aveva cominciato a lavorare ai macelli, ed era una cosa che Stu non era mai riuscito a superare del tutto. Senso di colpa, supponeva. Aveva un debole per Dev... ma la sua scomparsa aveva anche significato una bocca in meno da sfamare.

    Alle superiori Stu aveva scoperto il football e sua madre l'aveva incorag­giato, anche se gli allenamenti incidevano sull'orario di lavoro. «Gioca,» gli diceva. «Se c'è un modo per tirarti fuori di qui, è il football, Stuart. Gioca. Ricordati di Eddie Warfield.» Eddie Warfield era un eroe locale. Era uscito da una famiglia ancora più povera di quella di Stu, si era coperto di gloria come quarterback della squadra studentesca regionale, aveva frequentato la Texas A&M grazie a una borsa di studio per lo sport e aveva giocato per dieci anni nei Green Bay Packers, perlopiù come quarterback di seconda li­nea, ma anche, in alcune occasioni memorabili, come starter. Adesso Eddie possedeva una catena di tavole calde nell'Ovest e nel Sudovest e ad Arnette continuava a essere una figura mitica. Ad Arnette, per dire «successo», si fa­ceva il nome di Eddie Warfield.

    Stu non era un quarterback e non era neppure Eddie Warfield. Però gli pareva, quando iniziò il primo anno delle superiori che, se si fosse dato da fare, avrebbe avuto qualche probabilità di ottenere una piccola borsa di stu­dio per lo sport... e poi c'erano quei programmi di studio e lavoro, e il suo consigliere scolastico gli aveva parlato del programma di prestiti nell'ambito della legge per la difesa dell'istruzione pubblica.

    Poi sua madre si era ammalata e non era più stata in grado di lavorare. Si trattava di cancro. Due mesi prima che Stu prendesse il diploma superiore era morta, lasciandogli il fratello Bryce da mantenere. Stu aveva rinunciato alla borsa di studio ed era andato a lavorare alla fabbrica di calcolatrici. E alla fine era stato Bryce, che aveva tre anni meno di Stu, a farcela. Adesso vi­veva nel Minnesota e faceva l'analista di sistemi all'IBM. Non scriveva spesso, e l'ultima volta che Stu l'aveva visto era stato in occasione di un fu­nerale, quello della moglie di Stu, morta esattamente dello stesso tipo di cancro che aveva portato alla tomba sua madre. Stu si diceva che forse anche Bryce aveva il suo senso di colpa da sopportare... e che forse Bryce provava un po' di vergogna per il fatto che suo fratello era diventato solo uno dei tanti bravi ragazzi di una moribonda cittadina del Texas, che passava le gior­nate a tirare l'ora di chiusura alla fabbrica di calcolatrici e le sere o giù da Hap o all'Indian Head a bere birra Lone Star.

    Il periodo del matrimonio era stato il migliore, ma era durato solo un anno e mezzo. L'utero della sua giovane moglie aveva concepito un unico cupo e maligno frutto. Era accaduto tre anni addietro. Da allora Stu aveva pensato di andarsene da Arnette, in cerca di qualcosa di meglio, ma l'inerzia della provincia glielo aveva impedito: il sommesso canto delle sirene dei luo­ghi familiari e dei volti familiari. Ad Arnette era benvoluto da tutti e Vic Palfrey una volta gli aveva fatto l'enorme complimento di definirlo «un duro di quelli di una volta».

    Mentre Vic e Hap continuavano a blaterare, nel cielo rimaneva ancora un po' di luce, ma la terra era in ombra. Non passavano più molte automobili sulla 93 ed era questa una delle ragioni per cui Hap aveva tanti conti non pagati. Ora, però, vide Stu, stava arrivando una macchina.

    Era ancora lontana un quattrocento metri e gli ultimi raggi del sole trae­vano un brillio polveroso da quel po' di cromature che ancora le rimane­vano. Stu aveva la vista buona e si accorse che era una vecchissima Chevro­let, forse del '75. Una Chevy a fari spenti che non faceva più di venticinque chilometri l'ora e avanzava zigzagando da un lato all'altro della strada. Nes­suno l'aveva ancora vista, oltre a lui.

    «Allora diciamo che devi pagare un mutuo per questa stazione di servi­zio,» stava dicendo Vic Palfrey, «e diciamo che sono cinquanta dollari al mese.»

    «È un bel po' di più.»

    «Per comodità diciamo cinquanta. E mettiamo che i federali si decidano a stamparti una carrettata di denaro. Allora quelli della banca si rifarebbero e ne vorrebbero da te cento e cinquanta. E tu ti ritroveresti nelle stesse condi­zioni.»

    «È vero,» fece Henry Carmichael, annuendo. Hap lo guardò, irritato. Si da­va il caso che sapeva che Hank aveva preso l'abitudine di prelevare la Coca-Cola dal distributore senza pagare il deposito, e inoltre Hank sapeva che lui sa­peva, e se Hank voleva stare da qualche parte, doveva essere dalla sua.

    «Non necessariamente,» disse Hap in tono grave dalle profondità della sua cultura da scuola dell'obbligo. E attaccò a spiegare perché.

    Stu, il quale capiva soltanto che si trovavano tutti nei guai fino al collo, escluse la voce di Hap, abbassandola a una sorta di ronzio senza senso e osservò la Chevy che risaliva la strada sobbalzando e sbandando. Da come ve­niva avanti, Stu pensò che non avrebbe fatto molta strada. L'auto superò la linea bianca e le gomme di sinistra sollevarono una nuvoletta di polvere dal bordo della strada. A questo punto ebbe uno scarto improvviso, mantenne per un momento la direzione di marcia, quindi fu lì lì per rovesciarsi nel fosso. Poi, come se il conducente avesse scelto la grande insegna luminosa del distributore Texaco come un faro di direzione, schizzò verso l'asfalto come un proiettile al termine della sua parabola. Ora Stu riusciva a udire il rombo affannoso del motore, il basso gorgoglio e l'ansito di un carburatore che tirava gli ultimi e di valvole allo stremo. La macchina mancò l'ingresso e montò sul cordolo del salvagente. I tubi fluorescenti sopra le pompe si riflet­tevano nel parabrezza sudicio, sicché era difficile vedere chi c'era all'interno, ma Stu scorse la sagoma confusa del conducente afflosciarsi per l'urto L'auto non diede segno di rallentare il suo passo da lumaca.

    «Così, dico io, con più denaro in circolazione, saresti...»

    «Meglio che tu chiuda le pompe, Hap,» avvertì blando Stu.

    «Le pompe? Che cosa?»

    Norm Bruett si era girato a guardare dalla finestra. «Cristo santo,» disse.

    Stu si sollevò dalla sedia, si protese sopra Tommy Wannamaker e Hank Carmichael e abbassò tutti insieme gli otto interruttori, quattro per mano. Così, fu l'unico a non vedere la Chevrolet nel momento in cui andò a sbat­tere contro le pompe di benzina sul salvagente rialzato e le tranciò di netto.

    Ci finì contro con una lentezza che parve inesorabile e in qualche modo maestosa. La Chevrolet aveva continuato ad avanzare sui venticinque orari, come la macchina che apriva la sfilata del Torneo delle rose. Il telaio stri­dette sul salvagente di calcestruzzo e, quando le ruote lo urtarono, tutti, all'infuori di Stu, videro la testa dell'uomo al volante ciondolare in avanti e colpire il parabrezza, disegnando una raggiera sul vetro.

    La Chevrolet sobbalzò come un vecchio cane preso a calci e andò a sbat­tere contro la pompa della super. La pompa fu tranciata di netto e rotolò via, stillando qualche goccia di benzina. Il beccuccio si sganciò dal supporto e. giacque scintillando sotto i tubi fluorescenti.

    Videro tutti le scintille prodotte dal tubo di scappamento della Chevrolet che grattava sul cemento e Hap, il quale aveva assistito allo scoppio di un di­stributore in Messico, istintivamente si schermò gli occhi in previsione dell'esplosione. Invece, il posteriore dell'auto volteggiò e ricadde dal salvagente di lato alla stazione di servizio. L'avantreno urtò contro la pompa della ben­zina a basso contenuto di piombo, rovesciandola con un tonfo cavernoso.

    Senza fretta, la Chevrolet completò il suo giro su se stessa, tornando a ur­tare il salvagente, questa volta con la fiancata. Il posteriore balzò sul rialzo di cemento e fece volar via la pompa della normale. E lì la Chevrolet si arre­stò, tirandosi appresso il tubo di scappamento arrugginito. Aveva distrutto tutte e tre le pompe di benzina sistemate sul salvagente più vicino all'auto­strada. Il motore continuò a girare tossicchiando per qualche istante, poi si spense. Il silenzio era così forte da risultare preoccupante.

    «Santo cielo,» mormorò Tommy Wannamaker con il fiato mozzato. «Sal­terà in aria, Hap?»

    «Se doveva farlo, l'avrebbe già fatto,» rispose Hap, alzandosi. Urtò con la spalla l'espositore delle carte stradali, sciorinando in ogni direzione Texas, Nuovo Messico e Arizona. Hap avvertì una sorta di cauto giubilo: le pompe erano assicurate e il premio l'aveva pagato. Mary aveva insistito perché prima di tutto provvedesse alla polizza dell'assicurazione.

    «Quel tale deve essere sbronzo fradicio,» commentò Norm.

    «Ho guardato gli stop,» disse Tommy, con la voce alterata dall'eccita­zione. «Non si sono neppure accesi. Santo cielo! Se fosse andato a cento al­l'ora, saremmo tutti morti, adesso.»

    Si precipitarono fuori dall'ufficio, Hap in testa e Stu a chiudere la fila. Hap, Tommy e Norm arrivarono all'auto insieme. Fiutarono puzzo di ben­zina e udirono il lento ticchettio da orologio del motore della Chevy che si raffreddava. Hap aprì la portiera dalla parte del conducente e l'uomo al vo­lante ne traboccò come un vecchio sacco di biancheria sporca.

    «Dannazione,» fece Norm Bruett, quasi strillando. Si girò dall'altra parte, si portò le mani al pancione e vomitò. Non fu a causa dell'uomo che era sci­volato fuori (Hap l'aveva afferrato saldamente prima che potesse ruzzolare a terra), ma del fetore che usciva dall'automobile. Un puzzo malsano, misto di sangue, materia fecale, vomito e putrefazione. Era un fetore orrendo, di ma­lattia e di morte.

    Di lì a un istante Hap si girò, trascinando il conducente per le ascelle. Tommy si affrettò ad acchiapparne i piedi che strisciavano sul terreno e in­sieme con Hap lo trasportò nell'ufficio. Nel riflesso dei tubi fluorescenti ap­pesi al soffitto, i loro volti erano pallidi come cenci e nauseati. Hap si era completamente dimenticato dei soldi dell'assicurazione.

    Gli altri guardarono dentro l'auto e poi Hank si voltò dall'altra parte, co­prendosi la bocca con la mano, il mignolo sollevato come chi alzi il bic­chiere di vino per fare un brindisi. Trotterellò verso l'estremità nord della stazione di servizio e rigettò la cena.

    Vic e Stu se ne stettero a guardare dentro l'auto per un momento, si scam­biarono un'occhiata, poi tornarono a guardare. Sul sedile anteriore, dal lato del passeggero c'era una giovane donna, con il vestito a camicione sollevato sopra le cosce. Appoggiato a lei c'era un bambino, o una bambina, di circa tre anni. Erano morti tutti e due. Avevano il collo gonfio come una camera d'aria e la carne era di un nero violaceo, del colore degli ematomi. La carne era gonfia anche sotto gli occhi. Somigliavano, disse in seguito Vic, a quei giocatori di baseball che si spalmano il nerofumo sotto gli occhi per evitare il riverbero. Gli occhi sporgevano ciechi dalle orbite. La donna stringeva la mano della creaturina. Uno spesso muco era colato loro dal naso e incro­stava le narici. Un nugolo di mosche ronzava loro attorno, posandosi sul muco, zampettando dentro e fuori le bocche aperte. Stu aveva fatto la guerra, ma non aveva mai visto niente di così tremendamente pietoso. Il suo sguardo tornava di continuo a quelle mani allacciate.

    Lui e Vic arretrarono e si scambiarono un'occhiata vacua. Poi si girarono verso la stazione di servizio. Scorsero Hap che parlava freneticamente al te­lefono pubblico. Norm si dirigeva verso la stazione dietro di loro, voltandosi a guardare da sopra la spalla il rottame della macchina. La portiera della Chevy dalla parte del guidatore era rimasta tristemente aperta. Si vedevano un paio di scarpine da neonato penzolanti dallo specchietto retrovisore.

    Hank era ritto sulla porta e si fregava la bocca con un fazzoletto sudicio. «Gesù, Stu,» disse con aria infelice e Stu annuì.

    Hap riappese il ricevitore. Il conducente della Chevrolet era steso sul pavi­mento. «L'ambulanza sarà qui fra dieci minuti. Credete che?...» Indicò con il pollice la Chevrolet.

    «Sono morti, certo,» annuì Vic. Aveva il volto grinzoso di un pallore gial­lastro e disseminava di tabacco tutto il pavimento mentre tentava di arroto­larsi una delle sue sigarette merdose. «Sono le due persone più morte che ab­bia mai visto.» Guardò Stu e Stu fece segno di sì, ficcandosi le mani in tasca. Aveva la nausea.

    L'uomo sul pavimento emise un gemito roco, e tutti abbassarono lo sguardo su di lui. Di lì a un istante, quando fu evidente che l'uomo parlava o si sforzava di parlare, Hap gli si accovacciò accanto. Dopotutto, quella era la sua stazione di servizio.

    Qualsiasi cosa fosse accaduta alla donna e alla sua creatura nella mac­china, stava certamente capitando anche all'uomo. Il naso gli colava copio­samente e il suo respiro aveva un singolare rantolo sommesso, come se qual­cosa gli si agitasse in fondo al petto. La carne sotto gli occhi era gonfia, non ancora nerastra, ma di un livido violaceo. Il collo appariva di dimensioni spropositate e la carne si era come dilatata a formare due pappagorge. L'uomo aveva la febbre molto alta; standogli vicini, era come trovarsi sul­l'orlo di una buca per arrostire la carne, nella quale fossero stati ammuc­chiati dei carboni ardenti.

    «Il cane,» mormorò. «L'hai messo fuori?»

    «Signore,» disse Hap scuotendolo piano. «Ho chiamato l'ambulanza. Si ri­metterà.»

    «Il quadrante è diventato rosso,» borbottò l'uomo sul pavimento e poi at­taccò a tossire, squassanti scoppi di tosse a catena, che gli fecero schizzare dalla bocca lo spesso muco in lunghi sputi filiformi. Hap indietreggiò, ab­bozzando una smorfia disperata.

    «Meglio sollevarlo,» disse Vic. «Altrimenti muore soffocato.»

    Ma, prima che potessero farlo, la tosse si esaurì e l'uomo riprese a respi­rare con il suo rantolo irregolare. Sbatté lentamente le palpebre e guardò gli uomini che lo attorniavano, chini su di lui.

    «Dove... siamo?»

    «Arnette,» rispose Hap. «Al distributore Texaco di Bill Hapscomb. Ha buttato giù qualcuna delle mie pompe.» Dopodiché si affrettò a soggiungere: «Non importa. Erano assicurate.»

    L'uomo sul pavimento tentò di alzarsi a sedere senza riuscirci. Dovette ag­grapparsi con una mano al braccio di Hap.

    «Mia moglie... la mia bambina...»

    «Stanno bene,» disse Hap, abbozzando un sorriso sciocco che gli scoprì i denti.

    «A quanto pare, sono conciato da sbatter via,» disse l'uomo. Il respiro gli entrava e usciva dai polmoni in uno spesso, molle rantolo. «Stavano male anche loro. Da quando ci siamo svegliati, due giorni fa. Salt Lake City...» Le palpebre gli si chiusero lentamente, ammiccando. «Male... suppongo che non ci siamo mossi abbastanza in fretta...»

    In lontananza, ma sempre più vicina, si udiva la sirena dell'ambulanza del soccorso volontario di Arnette.

    «Ragazzi,» disse Tommy Wannamaker. «Oh, ragazzi.»

    Gli occhi del malato si riaprirono sfarfallando, e ora erano colmi di una profonda, acuta preoccupazione. Si sforzò di nuovo di sollevarsi. Rivoletti di sudore gli colarono lungo il viso. Si aggrappò ad Hap.

    «Sally e Baby LaVon stanno davvero bene?» domandò. Un filo di saliva