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    De.licio.us

    12

    di Pinky (08/03/2008 - 22:23)

                               12

    C'era una grande pendola nell'angolo del salotto. Frannie Goldsmith aveva ascoltato i suoi tic tac misurati per tutta la vita. Riassumeva la stanza, che lei non aveva mai amato e in giorni come quello decisamente odiava.

    La sua stanza preferita, di tutta la casa, era il laboratorio di suo padre. Si trovava sotto la tettoia che collegava casa e rimessa. Ci si entrava da una por­ticina alta sì e no un metro e mezzo, seminascosta dietro la vecchia cucina a legna. Perfino la porta aveva una sua bellezza: piccola e quasi nascosta, era deliziosamente simile al tipo di porticine che si incontrano nelle fiabe. Da quando Frannie, crescendo, era diventata più alta, per entrarvi doveva chi­nare la testa proprio come faceva suo padre; sua madre non entrava mai nel laboratorio a meno che non fosse assolutamente indispensabile. Era una porta da Alice nel paese delle meraviglie e per un periodo la sua fantasia se­greta tenuta nascosta anche al padre, era che un giorno, aprendola, non avrebbe affatto trovato il laboratorio di Peter Goldsmith. Vi avrebbe trovato invece un passaggio sotterraneo che conduceva dal Paese delle Meraviglie a Hobbiton, una galleria bassa ma confortevole con le pareti di terra arroton­date e un soffitto anch'esso di terra, irto di robuste radici che a urtarle con la testa ti davano una bella botta. Una galleria che odorava non di terra umida e di muffa e di brutti insetti e vermi, ma di cannella e di torte di mele appena sfornate.

    Ebbene, quella confortevole galleria non fu mai scoperta ma, per la Fran­nie Goldsmith che era cresciuta in quella casa, il laboratorio (a volte chia­mato «la stanza degli arnesi» da suo padre e «quel postaccio sporco dove papà va a bere la birra» da sua madre) era stato sufficiente. Strani attrezzi e aggeggi curiosi. Un mobile grandissimo con mille cassetti, e ognuno pieno fino all'orlo. Chiodi, viti, punte di trapano, carta vetrata (di tre tipi: ruvida, più ruvida e ruvidissima), pialle, livelle e tutte le altre cose per le quali allora lei non aveva un nome e non l'aveva ancora adesso. Era buio, nel laborato­rio, tranne per la lampadina polverosa da quaranta watt che pendeva dal suo cavo e il cerchio di luce viva della lampada Tensor sempre puntata sulla zona dove suo padre stava lavorando. C'era odore di polvere e di petrolio e di pipa, e ora le pareva che dovesse esserci una legge: tutti i padri devono fu­mare. Pipa, sigari, sigarette, marijuana, hashish, foglie di lattuga, qualcosa. Perché l'odore del fumo sembrava far parte integrante della sua infanzia.

    «Passami quella chiave inglese, Frannie. No, quella piccola. Che cos'hai fatto oggi a scuola... Ma davvero?... Be', e perché mai Ruthie Sears ha dovuto darti uno spintone?... Sì, è brutto. Un graffio proprio brutto. Ma è intonato con il colore del tuo vestito, non ti sembra? Adesso dovresti solo trovare Ruthie Sears e farti dare un altro spintone per graffiarti l'altra gamba. Così ne avresti un paio. Passami quel cacciavite grosso, sì?... No, quello con il manico giallo.»

    «Frannie Goldsmith! Vieni immediatamente fuori da quel posto orribile e cambiati i vestiti della scuola! IMMEDIATAMENTE! Sarai tutta sporca!»

    Ancora adesso, a ventun anni, le bastava infilarsi in quella porticina, e fer­marsi tra il tavolo da lavoro e la vecchia stufa Ben Franklin che d'inverno dava tanto caldo, per cogliere una parte di quel che aveva significato essere una così piccola Frannie Goldsmith e crescere in quella casa. Era una sensa­zione ingannevole, quasi sempre intrecciata di tristezza per suo fratello Fred, di cui si ricordava appena, e la cui crescita era stata così bruscamente e defi­nitivamente interrotta. Poteva star lì e sentire l'odore del petrolio che per­meava tutto, il vago sentore della pipa di suo padre. Raramente riusciva a ri­cordare com'era essere così piccola, così stranamente piccola, ma là qualche volta le capitava, ed era un bel sentire.

    Ma il salotto, ora.

    Il salotto.

    Se il laboratorio era il lato buono dell'infanzia, simboleggiato dal profumo fantasma della pipa del padre (qualche volta, quando aveva mal di testa, lui le soffiava delicatamente il fumo nell'orecchio, estorcendole sempre, subito dopo, la promessa che non lo avrebbe detto a Carla: le sarebbe venuto un colpo), allora il salotto era tutto ciò che dell'infanzia si vorrebbe dimenti­care. Parla solo quando ti si rivolge la parola! Più facile romperlo che aggiu­starlo! Va' immediatamente di sopra a cambiarti, non vedi che non è adatto? Ma non rifletti mai? Frannie, non strofinarti così il vestito, penseranno che hai le pulci. Che cosa penseranno zio Andrew e zia Carlene? Mi hai fatto morire dalla vergogna! Il salotto era il posto dove dovevi tenere le labbra cucite, il salotto era il posto dove se ti prudeva non potevi grattarti, il salotto era il po­sto degli ordini dittatoriali, della conversazione noiosissima, dei parenti che ti pizzicano le guance, dei malesseri fisici, degli starnuti che non si potevano starnutire, delle tossi che non si potevano tossire e, soprattutto, degli sbadigli che non dovevano essere sbadigliati.

    Al centro di questa stanza dove dimorava lo spirito di sua madre c'era l'o­rologio. Era stato costruito nel 1889 dal nonno di Carla, Tobias Downs, ed era stato elevato quasi immediatamente a simbolo di status sociale della fa­miglia, spostandosi lungo gli anni, accuratamente imballato e assicurato per i traslochi, da una parte all'altra del paese (originariamente aveva visto la luce a Buffalo, nello stato di New York, nel laboratorio di Tobias, un luogo che indubbiamente era stato né più né meno fumoso e riprovevole del labo­ratorio di Peter, anche se un commento del genere sarebbe parso a Carla del tutto irriverente), passando a volte da un punto all'altro dell'albero di fami­glia quando un tumore, un infarto o un incidente ne troncava un ramo. L'o­rologio era stato in quel salotto da quando Peter e Carla Goldsmith si erano insediati nella casa trentasei anni prima, poco più poco meno. Qui era stato piazzato e qui era rimasto, ticchettando, segnando il trascorrere di segmenti di tempo in un'era arida. Un giorno l'orologio sarebbe stato suo, se lo vo­leva, rifletteva Frannie fissando il viso pallido, scioccato della madre. Ma non lo voglio! Non lo voglio e non lo avrò!

    Nella stanza c'erano fiori secchi sotto campane di vetro. C'era un tappeto color tortora con motivi di rose polverose. E c'era un'elegante finestra a bo­vindo che guardava dall'alto della collina verso la Statale 1, con una grossa siepe di ligustro fra la strada e i campi. Carla aveva tormentato con cupo ac­canimento il marito finché lui aveva piantato quella siepe appena installa­rono la stazione della Exxon sull'angolo. Una volta impiantata la siepe, prese a tormentarlo per farla crescere più in fretta. Anche un fertilizzante ra­dioattivo, pensò Frannie, le sarebbe andato bene se fosse servito a quello scopo. L'acidità delle sue rimostranze a proposito del ligustro era scemata con il crescere della siepe, e si poteva supporre che sarebbe cessata del tutto entro un paio d'anni, quando la siepe fosse finalmente diventata abbastanza alta da schermare complètamente l'insulto costituito dalla stazione di rifor­nimento, restituendo al salotto la sua inviolabilità.

    Quell'argomento, almeno, sarebbe caduto.

    Carta da parati decorata, grandi foglie verdi e fiorì rosa quasi della mede­sima tonalità delle rose sul tappeto. Mobili vecchia America e una doppia porta di scuro mogano. Un caminetto tenuto lì solo per bellezza dove un ciocco di betulla stava eternamente su un focolare di mattoni rossi eterna­mente immacolato e incontaminato anche da una sola macchiolina di fulig­gine. Frannie si era fatta l'idea che ormai quel tronco era così secco che ad accenderlo sarebbe bruciato come un pezzo di carta. Sopra il ciocco c'era un paiolo così grande da poterci quasi fare il bagno a un bambino. Veniva dalla bisnonna di Frannie, e pendeva eternamente sull'eterno ciocco. Sopra la cappa, a completare quella parte del quadro, c'era l'Eterno Fucile a Pietra Focaia.

    Segmenti di tempo in un'epoca arida.

    In uno dei suoi primi ricordi, stava facendo pipì sul tappeto color tortora con le rose polverose. Poteva aver avuto tre anni, da poco aveva imparato a usare il vasino e probabilmente non aveva il permesso di entrare in salotto, se non per occasioni speciali, perché avrebbe potuto rovinare qualcosa. Ma in qualche modo lei era riuscita a entrare e, vedendo sua madre non sempli­cemente correre ma schizzare ad afferrarla prima che accadesse l'irreparabile, aveva provocato l'impensabile. La vescica aveva mollato e la madre si era messa a urlare alla vista della macchia che allargandosi aveva mutato il gri­gio tortora in un grigio ardesia più scuro tutt'intorno al sedere della bam­bina. La macchia alla fine era sparita, ma a costo di quanti pazienti lavaggi? Il Signore forse lo sapeva; Frannie Goldsmith no.

    Era stato nel salotto che sua madre le aveva parlato, torvamente, esplicita­mente e a lungo, dopo aver pescato Frannie e Norman Burstein che si esami­navano a vicenda nella rimessa, con i vestiti ammucchiati in un unico ami­chevole fagotto su una balla di fieno lì vicino. Le sarebbe piaciuto, aveva chiesto Carla mentre la pendola scandiva solennemente segmenti di tempo in un'epoca arida, se avesse preso Frannie e l'avesse fatta andare su e giù per la Statale 1 senza niente addosso? Le sarebbe piaciuto? Frannie, che aveva sei anni, aveva pianto, ma era riuscita a controllare la crisi isterica che mi­nacciava di scoppiare a questa prospettiva.

    Quando aveva dieci anni era andata a sbattere con la bicicletta contro il paletto della cassetta delle lettere mentre guardava dietro di sé per gridare qualcosa a Georgette McGuire. Si era fatta un taglio alla testa, aveva perso sangue dal naso, si era sbucciata tutt'e due le ginocchia e per qualche mo­mento era quasi svenuta per lo choc. Quando si era ripresa, si era trascinata barcollando su per il vialetto fino a casa, singhiozzando terrorizzata alla vi­sta di tutto quel sangue che usciva dal suo corpo. Sarebbe andata dal padre ma, dato che lui era al lavoro, era comparsa in salotto dove sua madre stava servendo il tè a Mrs Venner e a Mrs Prynne. Fuori! aveva strillato sua madre, e un attimo dopo le era corsa incontro, l'aveva abbracciata gridando: Oh, Frannie, cara, che cos'è successo, oh, il tuo povero naso! Ma, mentre la conso­lava, Carla stava spingendo Frannie verso la cucina, dove si poteva senza danno insanguinare il pavimento, e Frannie non aveva mai dimenticato che la sua prima parola quel giorno non era stata Frannie! ma fuori! La sua prima preoccupazione era stata per il salotto dove trascorreva quell'epoca arida e al sangue era vietato l'ingresso. Forse neppure Mrs Prynne l'aveva mai dimen­ticato, perché anche tra le lacrime Frannie aveva colto un'espressione scioc­cata sul viso della donna. Dopo quel giorno, le visite di Mrs Prynne si erano diradate parecchio.

    Al primo anno delle superiori aveva avuto un brutto voto in condotta sulla pagella e naturalmente era stata invitata nel salotto per discuterne con la madre. Era lì che si discutevano le ambizioni di Frannie, che finivano sempre con l'apparire un tantino terra terra; era lì che si discutevano le spe­ranze di Frannie, che finivano sempre con l'apparire un tantino mediocri; era lì che si discutevano le lagnanze di Frannie, che finivano sempre con l'apparire assolutamente ingiustificate, piagnucolose e irriconoscenti.

    Era nel salotto che era stata messa la bara di suo fratello, su un catafalco adorno di rose, crisantemi e mughetti che riempivano la stanza del loro pro­fumo secco mentre, nell'angolo, l'orologio dal volto impassibile manteneva il suo posto, ticchettando segmenti di tempo in un'epoca arida.

    «Sei incinta,» ripeté Carla Goldsmith per la seconda volta.

    «Sì, mamma.» La sua voce era secchissima, ma non si sarebbe lasciata an­dare a inumidirsi le labbra. Invece le strinse. Pensò: Nel laboratorio di mio padre c'è una bambina con un vestitino rosso e sarà sempre lì, a ridere e na­scondersi sotto il banco, con l'incudine incastrata sul bordo o tutta raggomito­lata con le ginocchio scorticate strette al petto, dietro il grande mobile con i suoi mille cassetti. Quella bambina è una bambina felice. Ma nel salotto della mamma ce n'è una molto più piccola che non può evitare di bagnare il tappeto come un cane maleducato. Come un cattivo cucciolo maleducato. E anche lei sarà sempre lì, per quanto io possa desiderare che se ne vada.

    «Oh... Frannie,» disse la madre, pronunciando le parole molto in fretta. Si portò una mano alla guancia come una zia zitella scandalizzata. «Come è successo?»

    La stessa domanda di Jess. Ecco che cosa le faceva perdere le staffe: era la stessa domanda che aveva fatto lui.

    «Dato che tu stessa ne hai avuti due di figli, mamma, credo che come è successo dovresti saperlo.»

    «Non fare la sfrontata!» esclamò Carla. Spalancò gli occhi che le lampeg­giarono di quel fuoco che aveva sempre terrorizzato Frannie da bambina. Si era alzata in piedi con quel suo modo scattante di farlo (anche questo la ter­rorizzava da bambina), una donna alta con i capelli che cominciavano a ingrigire, sempre in ordine, generalmente di parrucchiere, una donna alta dal­l'elegante abito verde e l'impeccabile calzamaglia beige. Si avvicinò al ca­mino, dove andava sempre nei momenti di crisi. Sopra la cappa, al disopra del fucile, c'era un grosso album di ritagli. Carla era una sorta di genealogista dilettante, e in quel libro c'era la sua intera famiglia... almeno a partire dal 1638, quando il suo primo progenitore rintracciabile era emerso dall'ano­nima folla di londinesi abbastanza a lungo da essere registrato in un qualche antichissimo documento parrocchiale come Merton Downs, massone. L'al­bero genealogico di Carla era stato pubblicato quattro anni prima nel New England Genealogist, compilato personalmente da lei.

    Ora si mise a sfogliare quel libro di nomi indefessamente ammassati, ter­reno sicuro dove nessun intruso era ammesso. Non c'era nessun ladro, là dentro? si chiese Frannie. Niente alcolizzati? Niente madri nubili?

    «Come hai potuto fare una cosa del genere a tuo padre e a me?» domandò alla fine. «È stato quel ragazzo, Jess?»

    «È stato Jess. Jess è il padre.»

    Carla trasalì alla parola.

    «Come hai potuto farlo ripeté Carla. «Noi abbiamo fatto del nostro me­glio per allevarti come si deve. Questo è proprio... proprio...»

    Si coprì il viso con le mani e scoppiò a piangere.

    «Come hai potuto farlo?» singhiozzò. «Dopo tutto quello che abbiamo fatto per te, è questo il ringraziamento? Andartene in giro e... e... accoppiarti con un ragazzo come una cagna in calore? Cattiva! Svergognata!»

    Si sciolse in singhiozzi, appoggiandosi alla cappa del camino con una mano sugli occhi e l'altra che continuava a scivolare su e giù sulla rilegatura di panno verde del librone. Intanto, la pendola continuava a ticchettare.

    «Mamma...»

    «Non rivolgermi la parola! Hai già detto abbastanza!»

    Frannie si alzò, tesa. Le sembrava di avere le gambe di legno ma non do­veva essere così, perché le tremavano. Le lacrime cominciavano ad affacciarlesi agli occhi, ma che facessero pure: non avrebbe permesso a quella stanza di sconfiggerla ancora. «Adesso vado.»

    «Hai mangiato alla nostra tavola!» gridò Carla all'improvviso. «Noi ti ab­biamo voluto bene... e ti abbiamo mantenuta... e questo ne abbiamo avuto in cambio! Cattiva! Cattiva!»

    Frannie, accecata dalle lacrime, incespicò. Il piede destro inciampò nella caviglia sinistra, perse l'equilibrio e cadde con le mani allargate. Urtò contro lo spigolo del tavolino con una tempia e una mano scaraventò un vaso da fiori sul tappeto. Il vaso non si ruppe ma l'acqua ne uscì gorgogliando, mu­tando il grigio tortora in grigio ardesia.

    «Guarda che cosa hai fatto!» strillò Carla, quasi trionfante. Le lacrime ave­vano lasciato due scavi neri sotto gli occhi incidendosi la strada nel trucco. Appariva stravolta, come una mezza demente. «Guarda che cos'hai fatto, hai rovinato il tappeto, il tappeto di tua nonna...»

    Frannie se ne stette lì a terra, strofinandosi intontita la testa, piangendo ancora, e avrebbe voluto dire a sua madre che si trattava solo di acqua, ma ormai era completamente sfinita e non ne era più assolutamente sicura. Era davvero solo acqua? O era orina?

    Sempre muovendosi con quella rapidità sinistra, Carla Goldsmith raccolse il vaso e lo brandì in direzione di Frannie. «E adesso che cosa conti di fare, signorina? Pensi di rimanertene qui? Ti aspetti che continuiamo a nutrirti e a ospitarti mentre tu ti dai alla pazza gioia? E così, immagino. Ebbene, no! No! Io non ci sto. Non ci sto!»

    «Io non voglio rimanere qui,» mormorò Frannie. «Pensavi di sì?»

    «E dove andresti? Con lui? Ne dubito.»

    «Da Bobbi Rengarten nel Dorchester o da Debbie Smith nel Somersworth, immagino.» Frannie si alzò, riprendendo lentamente il controllo. Piangeva ancora ma cominciava anche a sentirsi infuriata. «Non che siano faccende che ti riguardano.»

    «Non mi riguardano?» ripeté Carla, sempre stringendo il vaso. Aveva la faccia bianca come pergamena. «Non mi riguardano? Quello che fai quando sei sotto il mio tetto non è una faccenda che mi riguarda? Piccola cagna in­grata!»

    Le diede uno schiaffo, ed era uno schiaffo forte. La testa di Frannie fu sbalzata all'indietro. Smise di strofinarsi la tempia e cominciò a massaggiarsi la guancia, guardando sbalordita sua madre.

    «Questo è il ringraziamento per averti mandata in una scuola come si deve,» disse Carla, mostrando i denti in un ghigno spietato e spaventoso. «Adesso non finirai mai gli studi. Quando lo avrai sposato...»

    «Non ho intenzione di sposarlo. E non ho intenzione di lasciare la scuola.»

    Carla sbarrò gli occhi. Fissò Frannie come se la ragazza avesse perso la te­sta. «Che cosa stai dicendo? Un aborto? Abortisci? Vuoi diventare un'assas­sina oltre che una poco di buono?»

    «Il bambino lo tengo. Dovrò saltare il semestre di primavera, ma posso fi­nire l'estate prossima.»

    «E con che cosa pensi di finire? Con i miei soldi? Se è così, dovrai ancora pensarci a lungo. Una ragazza moderna come te non dovrebbe aver bisogno del sostegno dei suoi genitori, no?»

    «Il sostegno potrebbe essermi utile,» disse a bassa voce Frannie. «Quanto al denaro... be', mi arrangerò.»

    «Ma non provi la minima vergogna! Non pensi a nessun altro che a te stessa!» gridò Carla. «Dio mio, che cosa ne sarà di tuo padre e di me! Ma a te non importa proprio niente! Spezzerai il cuore di tuo padre e...»

    «Non mi sembra troppo spezzato.» La voce calma di Peter Goldsmith giunse dalla porta e le due donne si girarono in quella direzione. Lui era sulla porta, ma all'esterno: le punte degli stivali da lavoro si fermavano poco prima del punto in cui il tappeto del salotto prendeva il posto di quello più malconcio dell'ingresso. Improvvisamente Frannie si rese conto che quello era un punto in cui l'aveva visto tante volte in passato. Qual era stata l'ul­tima volta che suo padre era entrato materialmente nel salotto? Non riusciva a ricordarlo.

    «Che cosa ci fai qui?» scattò Carla, d'un tratto dimentica degli eventuali danni cardiaci che poteva subire il marito. «Mi sembrava che questo pome­riggio dovessi rimanere al lavoro fino a tardi.»

    «Ho scambiato il turno con Harry Masters,» spiegò Peter. «Fran me l'ha già detto, Carla. Stiamo per diventare nonni.»

    «Nonni!» strillò lei. Le venne fuori una specie di risata sinistra, confusa. «Lascia a me questa faccenda. Lei lo ha detto prima a te e tu me l'hai tenuto nascosto. Pazienza, dovevo aspettarmelo da te. Ma adesso chiuderò quella porta e ce la sbrigheremo noi due.»

    Rivolse a Frannie un sorriso amaro.

    «Soltanto... noi 'ragazze'.»

    Mise la mano sul pomo della porta del salotto e cominciò ad accostarla. Frannie osservava la scena, ancora stordita, quasi incapace di comprendere quell'improvvisa montata di furia e asprezza in sua madre.

    Peter allungò la mano, lentamente, riluttante, e bloccò la porta a metà del movimento.

    «Peter, voglio che questa faccenda la lasci a me.»

    «Lo so bene. L'ho già fatto in passato, ma questa volta no, Carla.»

    «Questo non è il tuo campo.»

    Con calma, lui rispose: «Lo è.»

    «Papà...»

    Carla si volse verso di lei e ora il bianco pergamena del suo volto mostrava due chiazze rosse sopra gli zigomi. «Non parlare con lui!» urlò. «Non è con lui che stai discutendo! Lo so che saresti capace di rigirartelo e convincerlo di qualsiasi pazzia o di tirarlo dalla tua parte con le tue paroline dolci, ma non è con lui che stai discutendo oggi, signorina!»

    «Smettila, Carla.»

    «Fuori!»

    «Non sono dentro. Come vedi le...»

    «Non prenderti gioco di me. Esci dal mio salotto!»

    E con questo cominciò a spingere la porta, abbassando la testa e appog­giandovi le spalle come uno strano toro, umano e femminile. Sulle prime lui la trattenne agevolmente, poi con un po' di sforzo. Alla fine cominciarono a gonfiarglisi i tendini del collo, benché lei fosse una donna e più leggera di lui di trenta chili.

    Frannie avrebbe voluto urlare che la smettessero, avrebbe voluto dire al padre di andarsene così che loro due non sarebbero stati costretti a guardare Carla in quel modo, ad assistere a quell'improvvisa e irrazionale asprezza che sembrava da sempre minacciare di esplodere e che ora era emersa irre­frenabile. Ma si sentiva la bocca paralizzata, come se le si fossero arrugginiti i cardini.

    «Fuori! Fuori dal mio salotto! Fuori! Fuori! Fuori! Bastardo, lascia questa maledetta porta e VAI FUORI!»

    Fu allora che lui le diede lo schiaffo.

    Fu un rumore piatto, quasi inavvertito. La pendola non scappò via in un alone di polvere oltraggiata a quel rumore, ma continuò a ticchettare esatta­mente come aveva fatto fin da quando era stata messa in moto. Il mobilio non mandò un gemito. Ma le parole furibonde di Carla vennero troncate, come amputate con uno scalpello. Cadde in ginocchio e la porta si riaprì tutta, urtando senza rumore contro un'alta poltroncina vittoriana ricoperta con una foderina ricamata a mano.

    «No, oh, no,» mormorò Frannie con una vocetta spezzata.

    Carla si strinse la guancia con la mano e piantò gli occhi sul marito.

    «Erano dieci anni e più che era in arrivo,» considerò Peter. La sua voce aveva una nota di leggera incertezza. «Mi sono sempre detto che non lo fa­cevo perché non mi andava di picchiare una donna. Ancora non mi va. Ma quando una persona - uomo o donna che sia - diventa un cane e comincia a mordere, allora bisogna prendere provvedimenti. Vorrei soltanto aver avuto il fegato di farlo prima, Carla. Così avrebbe fatto meno male a tutt'e due.»

    «Papà...»

    «Zitta, Frannie,» disse lui con aria assente e severa, e lei si zittì.

    «Dici che è stata un'egoista,» riprese Peter, sempre fissando dall'alto il viso inerte, stravolto della moglie. «Sei tu che sei un'egoista. Hai smesso di occuparti di Frannie quando è morto Fred. E stato allora che hai deciso che voler bene dà troppa sofferenza e che era meno rischioso vivere solo per te stessa. Ed è qui che sei venuta a farlo, tante tante e tante volte. In questa stanza. Hai perso la testa per la tua famiglia morta e hai dimenticato la sua parte ancora viva. E quando lei è venuta qui dentro e ti ha confidato di es­sere nei guai, ti ha chiesto aiuto, scommetto che la prima cosa che ti è pas­sata per la mente è stata quello che avrebbero detto le signore del Flower and Garden Club, o se questo significava che non potevi andare al matrimo­nio di Amy Lauder. Il dolore è un motivo per cambiare, ma tutto il dolore del mondo non cambia i fatti. Sei stata un'egoista.»

    Si chinò e l'aiutò ad alzarsi. Lei si mise in piedi come una sonnambula. La sua espressione non era mutata: occhi sbarrati e increduli. Il suo sguardo im­placabile non vi era ancora tornato, ma Frannie pensò mestamente che con il tempo sarebbe stato di nuovo lì.

    Sicuramente.

    «È colpa mia se ti ho lasciato fare. Se non ho voluto provocare cose spia­cevoli. Se non ho voluto smuovere la barca. Come vedi anch'io sono stato un egoista. E quando Fran è andata via, a scuola, ho pensato, bene, ora Carla può avere quel che vuole e non farà del male a nessuno tranne che a se stessa. Mi sbagliavo. Mi ero già sbagliato altre volte, ma mai come questa volta.»

    Gentilmente, ma con grande forza, tese le braccia e strinse Carla per le spalle. «Adesso: questo te lo dico come marito. Se Frannie ha bisogno di un posto dove stare, quel posto può essere questo: come è sempre stato. Se ha bisogno di soldi, può prenderli dal mio portafogli: come ha sempre potuto. E se decide di tenersi il bambino, allora ti occuperai tu di organizzare una festa come si deve, e puoi anche pensare che non ci verrà nessuno, ma lei amici ne ha, veri amici, e loro verranno. Ti dirò anche un'altra cosa. Se vuole che venga battezzato, lo si farà proprio qui. Proprio qui in questo stramaledetto salotto.»

    La bocca di Carla si era spalancata e ora cominciò a uscirne un suono. Sulle prime era straordinariamente simile al fischio di una teiera sul fuoco. Poi diventò un gemito acutissimo.

    «Peter, in questa stanza è stata la bara in cui giaceva tuo figlio!»

    «Si. E proprio per questo non c'è posto migliore per battezzare una nuova vita,» rispose lui. «Sangue di Fred. Sangue vivo. Fred è morto da un mucchio di anni, Carla. È tanto tempo ormai che è cibo per i vermi.»

    Lei urlò e si tappò le orecchie con tutt'e due le mani. Lui si chinò e gliele scostò.

    «Ma i vermi non hanno tua figlia e il bambino di tua figlia. Non ha impor­tanza il modo in cui è arrivato: è vivo. Ti comporti come se volessi mandarla via, Carla. Che cosa ti rimarrebbe? Nient'altro che questa stanza e un marito che ti odierà per quello che hai fatto. Se lo fai, ebbene, fa' conto che quel giorno siamo morti tutti e tre: io e Frannie oltre che Fred.»

    «Voglio andare di sopra a sdraiarmi,» disse Carla. «Ho la nausea. Credo che farò bene a stendermi.»

    «Vengo ad aiutarti,» fece Frannie.

    «Non toccarmi. Rimani con tuo padre. A quanto pare tu e lui l'avete esco­gitata bene, la maniera di distruggermi in questa città. Perché non ti trasferi­sci nel mio salotto, Frannie? Perché non riempi di fango il mio tappeto? Per­ché non prendi la cenere dalla stufa e la getti dentro il mio orologio?»

    Cominciò a ridere e spinse via Peter, uscendo nel corridoio. Sbandava come un'ubriaca. Peter fece il gesto di metterle un braccio sulle spalle. Lei scoprì i denti e soffiò come un gatto.

    La risata si trasformò in una serie di singhiozzi mentre saliva lentamente le scale, sostenendosi alla ringhiera di mogano; quei singhiozzi avevano un che di lacerante, di disperato, che fece venire a Frannie la voglia di urlare e vomitare al tempo stesso. Il viso di suo padre era pallidissimo. In cima alle scale, Carla si girò e ondeggiò in modo così allarmante che per un momento Frannie credette che sarebbe ruzzolata giù fino in fondo. Li guardò, fece per parlare, poi si girò di nuovo. Un attimo dopo, la porta chiusa della sua ca­mera attutiva la tempesta della sua sofferenza.

    Frannie e Peter rimasero a fissarsi, sgomenti, e la pendola continuò a tic­chettare con tutta calma.

    «Si sistemerà tutto,» assicurò Peter. «Tornerà sui suoi passi.»

    «Credi?» chiese Frannie. Si avvicinò lentamente al padre, si appoggiò a lui e lui la cinse con le braccia. «Io penso di no.»

    «Non importa. Non è il caso di pensarci adesso.»

    «Devo andarmene. Lei qui non mi vuole.»

    «Dovresti rimanere. Dovresti essere qui quando - e se - lei torna in sé e si accorge che ha ancora bisogno che tu rimanga.» Fece una pausa. «Anch'io resto qui, Fran.»

    «Papà,» disse lei, e gli appoggiò la testa al petto. «Oh, papà, mi dispiace tanto, mi dispiace così tanto...»

    «Sssh,» fece lui, e le accarezzò i capelli. Al disopra della sua testa poteva vedere il sole del pomeriggio che penetrava polveroso dalle finestre, come aveva sempre fatto, dorato e immobile, come fa quando entra nei musei e nelle stanze dei morti. «Sssh, Frannie. Ti voglio bene. Ti voglio bene.»

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